Ricette più brevi, sanità più veloce? Nel Lazio la riforma che divide

Le nuove regole sulle prescrizioni mediche promettono di ridurre le liste d’attesa, ma rischiano di scaricare sui cittadini il peso di un sistema ancora in affanno

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Ricette più brevi, sanità più veloce? Nel Lazio la riforma che divide – Nel Lazio è iniziata una nuova stagione per la sanità territoriale. Con l’entrata in vigore delle nuove regole sulla validità delle ricette mediche per visite ed esami specialistici, la Regione ha deciso di intervenire su uno dei nodi più delicati del sistema sanitario pubblico: il rapporto tra prescrizioni, priorità cliniche e liste d’attesa. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più efficiente l’accesso alle prestazioni, ma la strada scelta sta alimentando un dibattito acceso tra istituzioni, operatori sanitari e cittadini.

La novità principale riguarda la durata delle ricette, che non è più uguale per tutti. La validità cambia in base al grado di urgenza indicato dal medico: pochi giorni per le prescrizioni urgenti, qualche settimana per quelle a breve termine, alcuni mesi per le prestazioni programmate. Una logica che, sulla carta, sembra rispondere al buon senso clinico: chi ha più bisogno deve essere visto prima, chi può attendere deve farlo senza occupare spazi impropri nel sistema.

Il problema, però, emerge quando questa impostazione si scontra con la realtà quotidiana. Le liste d’attesa, soprattutto in alcune aree della regione, restano lunghe e difficili da governare. Accade così che molte ricette scadano prima ancora che il cittadino riesca a prenotare una visita. In questi casi, l’unica soluzione è tornare dal medico di base per ottenere una nuova prescrizione, allungando i tempi e aumentando il carico burocratico su professionisti già sotto pressione. Per i pazienti cronici, gli anziani e chi ha difficoltà a muoversi o a utilizzare i sistemi di prenotazione digitali, il rischio è concreto: trasformare una misura pensata per snellire il sistema in un ulteriore ostacolo all’accesso alle cure. La sensazione diffusa è che la responsabilità di “stare nei tempi” venga scaricata più sui cittadini che sull’organizzazione sanitaria.

Il confronto con altre regioni italiane rende il quadro ancora più complesso. In diversi territori, pur esistendo una distinzione tra classi di priorità, la gestione delle ricette appare più flessibile. In alcuni casi la prescrizione non decade automaticamente se la prenotazione è stata avviata, in altri vengono previsti margini di tolleranza per evitare che la rigidità amministrativa prevalga sulle esigenze cliniche. Approcci diversi che riflettono una visione meno punitiva e più orientata all’accompagnamento del paziente.

Ricette più brevi, la scelta del Lazio sembra puntare su una regolazione più severa

La scelta del Lazio sembra invece puntare su una regolazione più severa, con l’idea che ridurre la durata delle ricette possa, indirettamente, “ripulire” le liste d’attesa. Ma qui si apre una questione cruciale: ridurre i numeri sulla carta equivale davvero a migliorare il servizio? O si rischia semplicemente di far sparire dal sistema chi non riesce a stare al passo con scadenze sempre più strette?

La riforma, nel suo impianto, solleva una domanda di fondo che va oltre i confini regionali: è possibile rendere più efficiente la sanità pubblica senza rafforzare parallelamente l’offerta di prestazioni, il personale e l’organizzazione dei servizi territoriali? Accorciare i tempi delle ricette può aiutare a mettere ordine, ma da solo non crea nuove visite, nuovi ambulatori o nuovi medici.

Nei prossimi mesi sarà l’impatto concreto sulla vita dei cittadini a dire se questa scelta rappresenta un vero passo avanti o un semplice intervento amministrativo. Perché una sanità più veloce non si misura solo con le scadenze, ma con la capacità di garantire cure accessibili, tempestive e realmente alla portata di tutti.