Una vita tra consolle, groove e ricerca sonora
Selezione, profondità storica e rifiuto delle catalogazioni rigide: Claudio Iacono racconta una carriera costruita tra house, wave e contaminazioni, dalla stagione analogica dei club agli attuali scenari digitali, rivendicando il dj come figura culturale prima ancora che performativa.
Ha inaugurato il 2026 con un dj set in piazza Largo Paone a Formia, sfidando il freddo insieme al pubblico. Che esperienza è stata e che sensazioni le ha regalato?
«Il Capodanno nella mia città è un po’, per capirci, come il Festival di Sanremo per i cantanti. Ho suonato diverse volte negli eventi di fine anno qui ed è sempre un’emozione particolare, capace persino di farti dimenticare il freddo. Le temperature erano davvero rigide, ma si è creata un’energia speciale con quello zoccolo duro di persone ancora presenti alle tre del mattino, l’orario del mio set. Un calore umano, prima ancora che musicale».
Guardando alla sua formazione artistica, quali altri generi, oltre alla disco, hanno maggiormente influenzato il suo stile?
«Non mi sono mai riconosciuto in uno stile preciso né in una frangia culturale definita. I miei ascolti sono sempre stati molto aperti: dall’indie al punk, fino all’ambient. È una ricerca continua di contenuti, riferimenti e influenze che poi, inevitabilmente, confluiscono nel mio modo di suonare. Compro dischi che mi piacciono, senza distinzione di genere, e cerco di metterli insieme costruendo una storia. Il mio lavoro sta nel trovare il punto di crossover, il luogo in cui i generi si incontrano e dialogano».
Si è esibito con Claudio Coccoluto e con Boosta dei Subsonica: che ricordo conserva di quelle collaborazioni?
«Mi sono esibito con Boosta e con Samuel, e seguo i Subsonica fin dagli esordi. All’epoca organizzai Eclisse al Sombrero di Sperlonga, una serata in cui suonarono anche gli altri componenti della band. Fu una data significativa, perché segnava un momento di passaggio: si iniziava ad andare oltre il solo vinile, verso nuovi setup. Penso al Final Scratch, precursore di Traktor e dei sistemi digitali attuali. Claudio Coccoluto, invece, è un universo a parte. Ho perso il conto dei progetti e delle date fatte insieme. È stato una figura insostituibile, per me e per tutta la scena del clubbing: eclettico, comunicatore straordinario. La sua mancanza è un vuoto che si avverte ancora oggi. Aveva, del resto, un rapporto profondo con l’arte, tanto da avvicinarsi al mondo di Mimmo Rotella, realizzando una musica inedita per il documentario di Mimmo Calopresti su questo pioniere della Pop Art italiana».
In un’epoca dominata dal digitale, lei continua a usare il vinile nel mixaggio: cosa rappresenta questa scelta?
«Potrei rendermi la vita più facile usando i file, ma il vinile non è solo un supporto: è uno stile di vita e rappresenta, per me, la vera figura del dj. Mi capita di vedere grandi palchi con tavoli enormi e un controller al centro che occupa pochissimo spazio. È un’immagine simbolica: racconta quanta differenza ci sia tra il lavoro, il percorso e il tempo che stanno dietro a un dj che costruisce il proprio set attraverso i dischi».
Al di là della scena clubbing e della musica, quali altri linguaggi – dalla pittura alla letteratura, passando per le arti visive – arricchiscono il suo immaginario e la sua visione creativa come dj?
«Non so se il mondo delle sneakers possa essere considerato a tutti gli effetti un ambito artistico; per qualcosa di più strutturato e consapevole, il mio riferimento principale è la pittura. Ho già realizzato sei o sette opere e lavoro esclusivamente su paesaggi astratti. L’idea è quella di proseguire su questo percorso fino a raccogliere un corpus di lavori che mi permetta, in futuro, di allestire una mostra».














