
Cinque euro in più sulle sigarette: quando la salute diventa una scelta politica – Aumentare di cinque euro il prezzo di un pacchetto di sigarette non è solo una questione di tasse o di bilanci pubblici. È una scelta che tocca abitudini radicate, stili di vita, libertà individuali e, soprattutto, il rapporto tra lo Stato e la salute dei cittadini. La campagna avviata in questi giorni per sostenere una proposta di legge popolare riporta al centro del dibattito un tema che ciclicamente divide l’opinione pubblica: fino a che punto è legittimo usare il prezzo come strumento di prevenzione?
L’idea è semplice nella sua formulazione: rendere il fumo più costoso per ridurne il consumo. Dietro questa semplicità, però, si nasconde una scommessa complessa. Il tabacco resta una delle principali cause di malattie evitabili, con un peso enorme sul sistema sanitario e sulla qualità della vita di chi fuma e di chi subisce il fumo passivo. L’aumento del prezzo viene visto dai promotori come un deterrente efficace, soprattutto per i più giovani, meno inclini a spendere cifre elevate per un’abitudine che spesso nasce per emulazione o curiosità.
Ma il punto non è solo scoraggiare chi sta pensando di iniziare. La proposta guarda anche a chi fuma da anni, nella convinzione che un costo più alto possa diventare la spinta decisiva per smettere o ridurre. In questo senso, il rincaro viene presentato come una misura di salute pubblica, non come una semplice manovra fiscale. I fondi raccolti, secondo l’impostazione della campagna, dovrebbero tornare alla collettività sotto forma di prevenzione, cure e sostegno al servizio sanitario.
Eppure, come spesso accade quando si interviene sulle abitudini personali, le reazioni non sono univoche. C’è chi legge l’iniziativa come un segnale di responsabilità, un passo necessario in un Paese dove il fumo continua a essere socialmente accettato nonostante i suoi effetti. Altri, invece, la percepiscono come una misura punitiva, che colpisce soprattutto le fasce di popolazione più fragili, per le quali cinque euro in più a pacchetto possono fare una grande differenza a fine mese.
Non mancano poi i timori legati agli effetti collaterali. Un aumento così marcato potrebbe spingere parte dei consumatori verso canali illegali o prodotti alternativi, con il rischio di alimentare un mercato parallelo difficile da controllare. È una preoccupazione che emerge ogni volta che si parla di aumenti drastici e che chiama in causa la capacità dello Stato di affiancare i divieti e le tasse con controlli efficaci.
Il dibattito, insomma, va oltre il fumo in sé. Riguarda il modello di prevenzione che si vuole adottare e il ruolo delle istituzioni nel guidare i comportamenti individuali. C’è chi sostiene che educazione e informazione dovrebbero venire prima di ogni aumento di prezzo, e chi invece ritiene che senza una leva economica forte ogni campagna di sensibilizzazione rischi di restare inascoltata.
Se la proposta arriverà davvero in Parlamento, sarà difficile ridurla a uno scontro tra favorevoli e contrari. In gioco c’è una domanda più ampia: quanto siamo disposti a cambiare le nostre abitudini in nome della salute collettiva, e quanto lo Stato può – o deve – spingerci a farlo? I cinque euro in più sulle sigarette diventano così il simbolo di una scelta che non riguarda solo chi fuma, ma l’idea stessa di prevenzione e responsabilità condivisa in una società moderna.













