Articolo di Paolo Fiore – La realtà (e poi quale?) è indubbiamente articolata e complessa ma
c’è un comun denominatore (o almeno alcuni ben determinati) che
la muove?
E’ una singolare coincidenza che la motivazione del nobel per la
fisica al nostro italiano Parisi sia proprio: “la scoperta
dell’interazione tra il disordine e le fluttuazioni nei sistemi fisici dal
livello atomico alla scala planetaria” che potremmo tradurre in
parole spiccie nella ricerca del famoso ago della bilancia nel pagliaio
del caos universale.
Probabilmente è Il Caos il tratto basilare e profondo delle vicende
umane che, volta per volta, viene riassemblato in “narrazioni”
verosimili incasellate in statuti d’ordine tanto necessari quanto poco
sostanziali, fondamentalmente per mascherare e modulare la
tendenza umana alla sopraffazione.
A tale proposito la storia è piena di alibi rappresentati da mezze
verità che vengono distorte per fabbricare autentiche menzogne
strumentali alla narrazione di turno.
In tale contesto il limite fondamentale di questa tendenza risiede
nella irrinunciabile dimensione della convivenza (pena la
distruzione reciproca) basata su alcuni capisaldi imprescindibili,
primo fra tutti, il riconoscimento dei diritti dell’alterità in tutte le
sue forme: individuali, sociali, statuali.
E, dunque, la convivenza implica in primo luogo la rinuncia al
dominio illimitato e l’accettazione delle regole sociali nelle comunità
di individui e di quelle internazionali nel rapporto tra stati.
Ovviamente, il corto circuito per l’ottenimento a tutti i costi dei
nostri obiettivi, è rappresentato dall’uso della forza al di fuori del
diritto esercitando il diritto della forza a scapito della forza del
diritto, (memorabili, a tale proposito, le riflessioni di Simone Weil).
Ora è abbastanza evidente quanto sia potente nell’essere umano la
tentazione all’appropriazione indebita che tradotta in una parola
immediatamente comprensibile chiamiamo furto e che proprio al
fine di evitare l’hobbesiano homo homini lupus esiste il diritto
nazionale e internazionale.
Ed è altrettanto chiaro il faticoso cammino della Storia che dopo
una catastrofe distruttiva (ad esempio, la seconda guerra mondiale
per l’occidente) che ha cancellato la forza del diritto riducendolo in
macerie, ricostruisce quell’edificio sul patto condiviso della messa al
bando del diritto della forza sia pure fondato anche sulla deterrenza
di quella stessa forza che nel gioco dei contrappesi viene incatenata.
Così come un altro aspetto fondamentale di deterrenza è costituito
proprio dalla memoria collettiva delle atrocità della catastrofe.
Per molto tempo negli anni seguenti, poi, la storiografia tenterà di
ricostruirà le dinamiche che hanno portato gradualmente al
disastro, interrogandosi sulle cause e sui momenti critici che ad un
certo punto hanno innescato l’irreversibilità del processo e il
conseguente precipizio nell’abisso. Cercando, al contempo, le falle
del sistema di pesi e contrappesi che non hanno saputo o voluto
disinnescare quelle micce scongiurando l’apocalissi.
Alimentando, al contempo, l’illusione della certezza di un Mai più!
Sennonchè…col tempo, la memoria scolora e si dissolve, la
consapevolezza della necessità di un limite viene progressivamente
nascosta sotto la bramosia di accaparramento, l’autoassoluzione e la
negazione degli errori del passato in un revisionismo subdolo e
strisciante procede di pari passo con il risorgere di un istinto di
potere incondizionato, il linguaggio si adegua, da plurale diviene
singolare, da vocativo e proposizionale diviene performativo e
dittatoriale, da logico ad illogico, dai modi pluralistici del
congiuntivo e del condizionale si passa ai modi solipsistici
dell’imperativo.
E, mutato il linguaggio, muta l’orizzonte di senso e nel volgere di un
istante è mutato il mondo.
Semplicemente quell’altro linguaggio è sparito e, con lui, il mondo
di prima.
In questa marcia inesorabile verso l’abisso prossimo venturo ci sono
comunque su quella nave, cime e sartìe che trattengono e reggono
dalla deriva, alcuni comandanti che sanno resistere a quel vento di
follia, equipaggi che comprendono la necessità della fatica dei remi
al richiamo dell’abbordaggio di navi con carichi che non ci
appartengono, che riconoscono la giustizia delle leggi del mare
all’ingiustizia della pirateria senza legge.
Sennonchè…la ciurma che rumoreggia, che mal sopporta le regole, il
dark side of the moon che non è altrove, su un’altra imbarcazione,
ma su quella stessa nave, tra quella stessa gente, che è l’altra faccia
di quello stesso equipaggio, l’altra faccia di ognuno di noi, ha
bisogno (o semplicemente attende) qualcuno che dia voce a
quell’altra voce…perché, in fondo, è sempre e comunque questione
di linguaggio!
E prima o poi quella voce arriva, sciogliendo ad uno ad uno i nodi
degli ormeggi, disarticolando le regole, offrendo l’illusione della
libertà illimitata declinata nel verbo della violenza, violentando le
parole della fiducia per mascherare quelle della sottomissione.
Istituendo la propria religione e cioè il suo recinto in cui imbrigliare
tutti fuori da ogni altro recinto di regole e di contesto.
E’ ovviamente un delirio di onnipotenza…ma quanti sudditi ben
disposti ad obbedire, forse perché così si illudono di esistere, di
emergere da vite non vite, da esistenze opache o miserabili, di
rivalersi di odi ed invidie personali e/o professionali!
Una legione straniera in cui nascondere ed assolvere un quotidiano
insopportabile o miserabile.
Ma al banchetto di quel delirio siedono anche i colletti bianchi o i
nuovi padroni del mondo delle Hi-Tech, sicuri (illudendosi) di poter
manovrare a proprio comodo quella voce per consolidare il loro
potere planetario che cancelli definitivamente ogni residuo di
dimensione statuale, sovranazionale e nazionale.
E poi, non ultima, la folta schiera dei gretti, dei pavidi, dei
qualunquisti, della cosiddetta gente per bene, che aspetta, guarda,
spesso non parla e quando annusa dove soffia il vento, ripete le sue
stesse raffiche, le stesse parole d’ordine…ancora una volta quel
benedetto linguaggio !!!
A chi obietta loro che quella voce è delirante rispondono che, al
contrario, è intelligente perché persegue un disegno preciso.
Ma bisognerebbe solo ricordare loro, appunto, che Psiche e
Intelligenza non sono la stessa cosa e non vanno necessariamente di
pari passo.
Un narcisista delirante può essere assolutamente intelligente come
una persona psichicamente stabile può essere un perfetto idiota.
E allora se sicuramente non penseremmo lontanamente che un
individuo psichicamente instabile possa diventare nemmeno
amministratore di condominio come possiamo pensare di affidare la
guida del paese più importante al mondo ad un narcisista pericoloso
e delirante.
Il paradosso è che un immobiliarista miliardario che ha intitolato
una torre a New York col suo nome (Trump) come facevano i
faraoni egiziani e il cui atteggiamento è ridicolo oltre che tragico
rinfaccia ad un comico (Zelensky) di essere diventato presidente
sobbarcandosi seriamente scelte e decisioni difficili e tremende.
Un paradosso: un narcisista amorale che fa il buffone e un comico di
professione che, quantunque discutibile, dimostra una tempra e una
serietà da leader.
Si dirà che è stato votato da una (sia pur minima) maggioranza di
elettori ma la mano che scrive quel nome sulla scheda è guidata
dalla pancia oltre che dalla testa e col senno di poi, quando la testa
comprende l’errore, (quando lo comprende?!) i mal di pancia sono
molto più gravi e bisogna poter avere un antidoto a portata di mano.
Ma se gli abbiamo dato le chiavi in mano senza trattenere neanche
una copia (leggi presidenzialismo assoluto) resteremo fuori casa
perchè quella porta potrebbe aprirla solo lui.
E non basterà dirgli: “Mi scusi, credo che abbia sbagliato, questa
volta” perché i pretoriani che lo spalleggiano (che si chiamino ICE
ora e SS allora) sono altrettanto pericolosi di lui poiché è vero che i
voti si contano e non si pesano ma di certo la base delle destre
estreme è storicamente violenta e di gran lunga più rumorosa e
temibile di una qualunque maggioranza moderata.
“Non ce l’ho con te ma con chi ti ci ha mandato” disse Petrolini
riferendosi al duce di casa nostra ma i ripensamenti di chi ce li ha
mandati, oggi come allora, sono sempre tardivi oltre che inefficaci
quasi da farli apparire dei veri e propri “mandanti” delle loro
malefatte.
E la violenza prima che fisica è linguistica o meglio è parola
incarnata nel corpo violento, parola-alibi per ridurre
progressivamente le “distanze di rispetto” tra i corpi e fornire il
pretesto per lo scontro, parola propedeutica alla carne…e,
invariabilmente, alla carneficina.
Purtroppo certi personaggi incutono al tempo stesso timore e
fascinazione fino ad indurre subliminalmente altri a compiere gesti
apparentemente insensati a cui fanno seguito dichiarazioni ed
atteggiamenti assurdi ed incredibili.
Accade così che la venezuelana premio nobel Maria Corina
Machado, nonostante sia stata messa alla porta da Trump, gli
dedica il suo premio per la pace e lui pochi giorni dopo, in una
lettera al primo ministro norvegese, gli comunica testualmente che,
non essendogli stato attribuito proprio quel premio preteso ora si
sente autorizzato a “non pensare solo alla pace”.
O, ancora, negli USA, l’avallo da parte di J.D. Vance del delirio
trumpiano spudoratamente falso sul brutale assassinio di Renee
Good
Fuga dalla libertà oltre ad essere il titolo di un memorabile saggio
di E. Fromm è certamente l’atteggiamento di masse di individui che
spesso preferiscono la passività di una tranquillizzante
subordinazione al rischio della dimensione attiva della libertà.
Abbiamo il diritto di affermare che qualcosa si è inceppato
irreversibilmente a livello psichico o dobbiamo ingoiare qualsiasi
rospo?
L’attacco cieco alle università e alla cultura, alla scienza, alla sanità
pubblica, al clima… la vergognosa visione di un mondo ridotto ad
un Monòpoli da trasformare in resort per miliardari sulle macerie
delle innumerevoli Gaza disperse sul pianeta o in crateri di
sottosuoli venezuelani e groenlandesi da depredare senza tregua.
Per dirla con Cicerone: “Fino a quando Catilina abuserai della
nostra pazienza?” e cioè della pazienza delle Istituzioni
internazionali, delle democrazie, degli individui del mondo, non
certo perfetti ma titolari del diritto inalienabile di rispetto e libertà?
O la domanda è semplicemente retorica e saremo obbligati
inesorabilmente a rotolare verso l’abisso prossimo venturo nel quale
questi figuri non hanno alcuna remora di sprofondarci prima che
l’orrore convincerà tutti, anche i più restii e i più distratti magari in
buona fede, a riportare la disumana violenza hobbesiana nel recinto
dell’(auto)controllo?
A proposito di psicosi, c’è una storia eloquente raccontata da alcuni
sopravvissuti di Auschwitz: nel campo di concentramento tra
migliaia di individui terrorizzati ridotti a scheletri che camminano e
ad un numero sul braccio, l’unico che sembrava apparire quasi a suo
agio era uno schizofrenico.
Questo significherà pure qualcosa!
I disturbi psichici non vanno stigmatizzati, ovviamente, vanno
curati, ma certamente non possono essere un modello di vita
personale meno che mai un modello sociale e politico.














