Stupro senza consenso: la parola che il Parlamento ha cancellato – C’è una parola che, più di tutte, sta facendo discutere il Parlamento e l’opinione pubblica: consenso. O meglio, la sua assenza. Il nuovo disegno di legge sulla violenza sessuale, così come riformulato al Senato, ha riacceso uno scontro che va ben oltre la tecnica giuridica e tocca il cuore del rapporto tra diritto, corpo e libertà individuale.
Il percorso della riforma era iniziato sotto il segno di una convergenza rara nella politica italiana. Alla Camera, maggioranza e opposizione avevano condiviso l’idea di riscrivere la definizione di stupro spostando il baricentro dal concetto di violenza fisica a quello di consenso esplicito. Un principio semplice, almeno in apparenza: un atto sessuale è lecito solo se entrambe le parti lo vogliono davvero, nel momento in cui accade. “Solo sì significa sì” non era solo uno slogan, ma un cambio di paradigma, in linea con una sensibilità sociale che da anni chiede maggiore tutela per le vittime.
Il passaggio al Senato, però, ha cambiato le carte in tavola. Nel nuovo testo la parola “consenso” scompare, sostituita da formule come “atto compiuto contro la volontà” o “in assenza di dissenso”. Una scelta che ha immediatamente sollevato polemiche. Per le opposizioni, non si tratta di una sfumatura lessicale, ma di un arretramento politico e culturale. Secondo questa lettura, tornare a parlare di dissenso significa, di fatto, chiedere alla vittima di dimostrare di essersi opposta, riaprendo zone grigie che la riforma voleva chiudere.
La maggioranza e la relatrice del provvedimento respingono però l’accusa di passo indietro. L’argomento è giuridico: il diritto penale, sostengono, deve essere preciso, applicabile, inattaccabile in tribunale. Parlare di “volontà” consentirebbe di includere anche quei casi in cui una persona non è in grado di esprimere né consenso né dissenso, evitando interpretazioni automatiche che potrebbero creare problemi probatori. In questa prospettiva, l’obiettivo non è indebolire la tutela delle vittime, ma renderla più solida sul piano processuale.
Il problema è che, al di là delle intenzioni, le parole contano. E contano ancora di più quando diventano legge. Il timore di molte associazioni e di una parte consistente della politica è che il nuovo impianto normativo finisca per riproporre una domanda antica e scomoda: “Perché non hai detto no?”. Una domanda che negli anni ha pesato come un macigno sulle persone che denunciano violenze sessuali, scoraggiando denunce e alimentando sfiducia nella giustizia.
Consenso, la parola che divide
A rendere il quadro ancora più complesso c’è la questione delle pene. La rimodulazione verso il basso della sanzione base per alcune ipotesi di violenza sessuale è stata letta come un segnale contraddittorio. Da un lato si afferma di voler rafforzare la tutela, dall’altro si riduce l’entità della pena, almeno nei casi privi di aggravanti. Anche qui la spiegazione tecnica – differenziare meglio le fattispecie – si scontra con una percezione pubblica di minore severità.
In realtà, lo scontro sul ddl non riguarda solo la struttura di un reato. È lo specchio di una tensione più profonda tra due visioni. Da una parte c’è chi ritiene che il diritto debba farsi carico di un cambiamento culturale, assumendo il consenso come perno esplicito e non negoziabile. Dall’altra c’è chi teme che una formulazione troppo netta possa entrare in conflitto con i principi tradizionali del processo penale, aprendo la strada a incertezze e contenziosi.
Il Senato si trova così davanti a una scelta che è insieme giuridica e simbolica. Non si tratta solo di stabilire come punire un reato, ma di decidere quale messaggio inviare alla società: se quello di una legge che chiede chiarezza nel desiderio e nella volontà di entrambi, o quello di una norma che continua a muoversi sul terreno, scivoloso, dell’opposizione mancata.
Qualunque sarà l’esito del voto, una cosa è certa: il dibattito ha dimostrato che la violenza sessuale non è più un tema confinato alle aule giudiziarie. È diventata una questione centrale di linguaggio, di potere e di responsabilità collettiva. E, come spesso accade, tutto ruota attorno a una parola che pesa più di molte altre. Anche quando non c’è.














