Uso improprio di ‘artigiano’: nuove regole e multe salate dal 7 aprile. ‘Artigianale’ non è più un’etichetta libera: cosa cambia e quanto si rischia – Dal 7 aprile è entrato in vigore un nuovo assetto di regole e controlli che riguarda l’utilizzo di termini come “artigiano”, “artigianale” e “fatto a mano”. Un cambiamento che, pur non rivoluzionando la normativa esistente, segna un punto fermo: basta ambiguità, basta utilizzi impropri a fini commerciali.
Un termine non più “libero”
In Italia, la qualifica di artigiano è da sempre regolata da una normativa precisa, che lega il riconoscimento a requisiti formali e sostanziali, tra cui l’iscrizione all’Albo delle imprese artigiane e la prevalenza del lavoro manuale dell’imprenditore.
Tuttavia, negli ultimi anni il termine “artigianale” è stato sempre più utilizzato in modo estensivo, soprattutto nel marketing, spesso svincolato da reali caratteristiche produttive. Il risultato è stato un uso inflazionato, talvolta fuorviante.
Le novità dal 7 aprile
Le nuove disposizioni rafforzano in particolare tre aspetti:
- Trasparenza verso il consumatore: chi utilizza diciture come “artigianale” deve poter dimostrare la veridicità dell’affermazione.
- Controlli più stringenti: aumentano le verifiche su pubblicità, etichette e comunicazione digitale.
- Responsabilità nella comunicazione commerciale: anche l’uso di termini evocativi (come “tradizione”, “fatto a mano”) può essere contestato se non supportato da fatti.
Non si tratta solo di una questione formale: il focus è evitare che il consumatore venga indotto a credere di acquistare un prodotto con determinate caratteristiche qualitative quando in realtà si tratta di produzione industriale.
I rischi per chi sbaglia
Le conseguenze per chi utilizza impropriamente il termine possono essere rilevanti:
- sanzioni amministrative anche consistenti
- obbligo di rimuovere diciture ingannevoli
- contestazioni per pubblicità scorretta
- possibili azioni per concorrenza sleale da parte di altri operatori
Nei casi più gravi, si possono aggiungere controlli fiscali e contributivi, soprattutto se l’uso improprio del termine si accompagna a inquadramenti non corretti dell’attività.
Una tutela per i veri artigiani
Se da un lato le nuove regole impongono maggiore attenzione, dall’altro rappresentano una tutela importante per chi opera realmente nel settore artigiano. Limitare gli abusi significa valorizzare competenze, qualità e lavoro manuale, evitando che vengano sviliti da un uso indiscriminato del termine.
Un cambio di passo culturale
Più che una stretta normativa, quella del 7 aprile segna un cambio di approccio: la comunicazione commerciale non può più basarsi su suggestioni generiche, ma deve essere coerente, verificabile e trasparente.
Per imprese e professionisti, il messaggio è chiaro: “artigiano” non è solo una parola, ma una qualifica che comporta responsabilità. E oggi, più che mai, usarla impropriamente può costare caro.
Gabriele Tullio, Presidente Nazionale della UAI e dal 2014 alla guida dell’Albo delle Imprese Artigiane, ha commentato con orgoglio il raggiungimento di questo obiettivo: “Sono dodici anni che mi batto instancabilmente affinché il termine ‘Artigiano’ venisse finalmente sottratto ad usi impropri e strumentali. Non è solo una questione di etichetta, ma di identità e rispetto: chi non è iscritto all’Albo non può e non deve fregiarsi di un titolo che implica sacrifici, competenze specifiche e una tradizione produttiva unica al mondo“.
Tullio ha poi sottolineato l’importanza del regime sanzionatorio introdotto dalla legge: “L’introduzione di sanzioni pesanti per chi utilizza impropriamente queste definizioni rappresenta un passo storico. Per troppo tempo il mercato è stato opaco, permettendo a realtà non qualificate di sfruttare il valore evocativo dell’artigianato. Oggi restituiamo trasparenza al mercato e dignità a migliaia di micro e piccole imprese che rappresentano il cuore pulsante dell’economia italiana“.
La nuova legge per le PMI mira a eliminare la concorrenza sleale e a valorizzare le competenze di chi opera quotidianamente “a regola d’arte”. Per la UAI, questo traguardo è solo l’inizio di una nuova fase di tutela del Made in Italy, dove la qualità certificata diventa il primo baluardo contro la contraffazione e il marketing ingannevole.














