Pasquale Fiore esordì in Serie A l’11 gennaio 1976, Napoli-Bologna 2-2 al San Paolo. Fu una settimana tosta per gli azzurri: l’allenatore Luis Vinicio era volato a Belo Horizonte, in Brasile, perché la madre stava molto male. Con Pietro Carmignani squalificato e la porta scoperta, la società puntò sul ragazzo di casa: Pasquale Fiore, 22 anni, estremo difensore promettente cresciuto nel vivaio partenopeo. Tutti ne parlavano bene, soprattutto Antonio Juliano, il capitano con i piedi buoni e la testa da grande regista. Del resto, l’anno prima Fiore era stato il portiere titolare della Primavera che aveva vinto il Torneo di Viareggio: roba grossa, il trofeo giovanile più prestigioso, con quell’atmosfera da brividi tra lo stadio dei Pini e il profumo di mare. Il Napoli batté la Lazio 2-1 in finale il 10 febbraio 1975. In quella squadra c’erano anche il difensore Luigi Punziano e il centrocampista Salvatore Armidoro.
Pasquale Fiore è morto qualche giorno fa, a 72 anni, dopo una lunga malattia. Fu il secondo portiere per eccellenza. Un ruolo tosto: fare da collante nello spogliatoio, da uomo-squadra vero, pronto a subentrare in quelle rare, rarissime occasioni in cui il titolare saltava. Vice del “Giaguaro” Luciano Castellini fino al 1984. Un personaggio pazzesco, coi suoi inconfondibili folti baffi neri che sembravano disegnati col pennarello, icona di un calcio più rude e romantico.
Pur avendo giocato poco – solo poche presenze in prima squadra –, Fiore è rimasto impresso nella memoria dei tifosi come simbolo di lealtà assoluta e attaccamento ai colori azzurri. Un uomo di spogliatoio puro, che incarnava alla perfezione la dedizione silenziosa del numero 12: spesso dimenticato dai riflettori, ma essenziale nel mosaico di quel calcio spigoloso. Una vera leggenda. Perché il football non è fatto solo di numeri 1 mitici come Ricardo Zamora o Dino Zoff, che raccontano storie da copertina: è fatto anche di quei portieri di riserva che hanno visto scorrere i palloni quasi sempre dalla panchina, pronti a tuffarsi quando il destino lo imponeva, senza un lamento.














