Marzo 1961, naufragio nelle acque di Ponza: tra ordigno dimenticato o speronamento fantasma, il mare tace

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Illustrazione del fumettista Niccolò Storai

Il giallo del motoveliero Bartolo Rosario

In mancanza dell’articolo de La Stampa del 2 aprile 1961 – una domenica – firmato dal corrispondente c.g. (ci vorrebbe un’indagine a parte per scoprire chi fosse quel giornalista) e del pezzo sul blog Ponza Racconta, datato 27 marzo 2011 e scritto da Gino Usai, la memoria del Bartolo Rosario sarebbe svanita del tutto. Si trattava di un motoveliero in legno di circa 350 tonnellate, affondato, al largo delle Isole Pontine, in circostanze enigmatiche nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1961. Il primo mistero di questa vicenda sta proprio nella data della tragedia. Per La Stampa il disastro avvenne tra martedì e mercoledì, cioè il 28 e il 29 marzo; secondo Usai, invece, fu certamente nella notte tra il 26 e il 27. Sarebbe interessante chiedere all’autore del blog da dove abbia tratto quella datazione diversa rispetto alla cronaca dell’epoca, ma procediamo intanto a raccontare i fatti. E lo faremo con quel gusto del racconto, della divagazione e nulla è più delizioso, per uno scrittore, del divagare… (cit. Leonardo Sciascia, La sentenza memorabile, Sellerio editore Palermo, pag. 25).

La vicenda.

Il Bartolo Rosario è capitanato da Giuseppe Romano, ponzese. A bordo, altri quattro marinai: Biagio Spigno, Francesco Aprea, Attilio Mazzella e Angelo Mazzella, anche loro ponzesi. L’imbarcazione è iscritta al compartimento di Gaeta e ha il compito di trasportare rottami ferrosi da Ajaccio a Pozzuoli. La nave parte da Ajaccio con acque calme, la solita nebbiolina delle prime ore del mattino e nessun sentore di tempeste in agguato. Quando il vento ulula occorre stare in allerta, ma né al largo della Corsica né nel resto della traversata il comandante Romano avverte segnali di pericolo. Tutto procede per il meglio, quando all’improvviso il naufragio.

È comune defetto degli uomini, non fare conto, nella bonaccia, della tempesta, scriveva il Machiavelli. In questa vicenda, però, al capitano Giuseppe Romano non si può rimproverare nulla: la disgrazia piombò improvvisa, per cause estranee alle sue capacità di comando. Secondo La Stampa del 2 aprile 1961 il Bartolo Rosario sarebbe affondato, al largo dell’isola di Ponza, per l’esplosione di una vecchia bomba finita per caso tra i rottami ferrosi che trasportava. Ipotesi affascinante, ma – diciamocelo – un filo fantasiosa. Immaginatevelo, il capitano: un lupo di mare temprato da burrasche e libecci, uno che ha navigato su onde grosse e ha sempre avuto l’ultima parola e finisce per farsi beffare – bam! – da un vecchio ordigno di guerra, una bomba sonnacchiosa e arrugginita nascosta tra i rottami ferrosi come un serpente in una stiva. No, non quadra. Nonostante i relitti sparsi su una vasta zona di mare, stentiamo a crederci.

Seconda ipotesi, il giallo si infittisce.

In base a quanto scrive Gino Usai su Ponza Racconta, il Bartolo Rosario sarebbe stato speronato – forse, eh, sempre quel “forse” che aleggia su queste storie di mare – da una nave olandese partita da Gaeta. Supponiamo questa scena: notte fonda, foschia che inganna gli occhi, il mercantile italiano carico di ferro vecchio che procede tranquillo sulle rotte consuete… e all’improvviso il buio si squarcia con l’urto secco, metallico, di una prua straniera. Una collisione in mare aperto, tra un cargo italiano e un bastimento olandese: roba da verbali di porto, da assicurazioni che litigano per anni e da marinai che al bar ne parlano sottovoce. Il giallo si infittisce, appunto: da bomba residuata a speronamento “fantasma”!

Chi potrebbe raccontarci la verità, allora? Forse nessuno. O forse, proprio lui: il capitano Giuseppe Romano. Immaginiamolo ancora lì, seduto su una bitta levigata dalla salsedine, lo spirito di questo vecchio lupo di mare con la pipa spenta tra i denti. La guarda un attimo, la carica di tabacco forte – quello che sa di ricordi amari – e poi inizia a raccontare. Racconta di quella notte in cui il cielo brulicava di stelle, le acque erano placide e la luna inclinava verso il mare la sua carena ingiallita. Un paesaggio che non tradiva alcun presagio oscuro. Eppure, a volte, anche i suoni della morte possono provenire da melodie dolcissime. E così, a poche miglia da Ponza, il naufragio. Il contatto dei marinai con l’acqua fredda, le urla di terrore, l’abisso e la fine. Nel nero della notte rimaneva solo, per pochi minuti, il rumore del motore della Bartolo Rosario.

Avrebbe voluto raccontarcela per intero, questa storia, il capitano Romano. Ma il mare ha i suoi segreti, e solo chi vive di mare sa bene come custodirli.