Tifone di Joseph Conrad – Dritto nell’occhio della tempesta

0
14

Racconto biblico e d’avventura

A MacWhirr -protagonista di Tifone, romanzo di Joseph Conrad del 1902- viene affidato il comando della Nan-Shan, una buona nave costruita a Dumbarton per conto della società commerciale siamese Sigg&Son Co. Ci troviamo negli ultimi anni dell’Ottocento e il piroscafo Nan-Shan è destinato a navigare nell’Oceano Pacifico, precisamente nella zona di Formosa e dell’omonimo canale. Comunicatogli l’incarico, l’unica osservazione che MacWhirr sa pronunciare è: «Non ci si può più fidare delle maestranze oggigiorno. Una maniglia nuova di zecca, e non funziona. È bloccata. Vedete? Vedete?» Frase che meraviglia i soci della compagnia di navigazione, perplessi per il fatto che un uomo a cui viene conferito un lavoro così delicato e in mari così ostili abbia da ridire su una maniglia, trascurando ogni altra questione tecnica, compresa quella riguardante le macchine e le caratteristiche dei vari ufficiali e marinai. Del resto, Conrad ci ha sempre abituato a personaggi che avvertono la solitudine di chi è posto al comando con la responsabilità, quindi, di prendere decisioni. Uomini che si affidano soltanto a sé stessi e alle forze che li guidano e li governano loro malgrado. Il mare fornisce per Conrad lo sfondo indispensabile ai suoi romanzi, in quanto elemento primigenio in cui i vari protagonisti si realizzano compiutamente, con tutte le loro follie e ossessioni. La nave è un microcosmo a sé, lontano da ogni condizionamento della società.

Il primo ufficiale della Nan-Shan è Jukes e Solomon Rout ne è il direttore di macchina. La nave viene inserita prima nel registro britannico e successivamente trasferita sotto bandiera siamese. Il capitano MacWhirr è un tipo imperturbabile, tranquillo, forse troppo ordinario e impassibile tanto da far sorgere il dubbio circa la reale capacità di condurre una nave nei mari della Cina, stretti e pieni tutti i giorni di banchi di sabbia, scogli, correnti rapide e mutevoli, venti terribili. L’imbarcazione è diretta verso il porto di Fu-Chau col suo carico umano di duecento coolies cinesi, facenti ritorno a casa dopo anni di lavoro fuori. Il compito del Capitano è quello di raggiungere Fu-Chau seguendo la rotta stabilita, senza tentennamenti. Nulla può fargli cambiare idea. Nemmeno un tifone! Quando il primo ufficiale gli fa notare che il mare sta peggiorando e che «si balla come una vecchia scarpa», MacWhirr resta freddo. E quando gli propone di portare la Nan-Shan più a est di cinquanta gradi perché avverte l’imminenza dell’uragano, il Capitano lo rimprovera di dire stupidaggini. «A est…? Dove pensa che siamo diretti? Vuole che trascini fuori rotta di quattro quarte un piroscafo a tutta forza per fare stare più comodi i cinesi? Ne ho sentite di stupidaggini a questo mondo, ma questa…»

Le bufere, quando si presentano, occorre attraversarle. Un uomo di mare guarda sempre in faccia il vento. È la regola ferrea del capitano MacWhirr, quasi pazzesca quasi stupida, ma quello è il suo metodo e nessuno al mondo potrà fermarlo. Così ci getta dentro la tempesta e i suoi feroci venti. Virare e ritardare di due giorni il viaggio, seguendo il consiglio di Jukes? Questo sì che è folle per MacWhirr! Niente da fare, si prosegue dritti nel cuore del tifone, impassibili! Che coraggio! Altro che uomo mite e ordinario.

La tempesta si avventa come una belva impazzita. Raffiche di vento sferzano la nave, la fanno gemere e torcersi; sembra sul punto di spezzarsi in due. L’equipaggio è un groviglio di paura e bestemmie soffocate, mentre dal basso sale incessante il ronzio degli aeratori della sala macchine. Ogni cavalcata d’acqua porta con sé l’odore della fine. Eppure, al centro di quel caos urlante, il capitano MacWhirr non vacilla. È fermo, quasi innaturale, con negli occhi una quiete che sa di sfida e di fede cieca nel metallo e nelle chiglie della sua Nan-Shan. Non perde la testa. Gestisce i cinesi litigiosi e terrorizzati nella stiva, placa i marinai sul punto di esplodere. Poi fa l’impensabile: punta dritto nell’occhio del ciclone. E passa. La nave tiene, gli uomini respirano. Quando tutto è finito, MacWhirr non è più l’ometto insignificante salito a bordo con bombetta e ombrello. Qualcosa si è rotto e ricomposto in lui. Ha guardato l’abisso della Natura e l’abisso, per una volta, ha abbassato lo sguardo. Ora, negli occhi degli altri, c’è qualcosa di nuovo: non proprio affetto, non ancora gratitudine, ma un rispetto che somiglia all’ammirazione per chi è tornato dall’inferno con le mani ancora sporche di sale e l’odore di metallo surriscaldato.