Seicento interventi l’anno, una formazione internazionale e una chirurgia che mette al centro esperienza, specializzazione e consapevolezza del paziente. Sono alcuni degli elementi che caratterizzano il percorso professionale del Dr. Igor Poccia, chirurgo plastico che opera presso la Casa del Sole di Formia, realtà sanitaria di riferimento del territorio e riconosciuta per la qualità delle sue attività e delle sue professionalità.

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La sua esperienza si concentra in particolare sulla chirurgia del volto e sulla chirurgia del seno, con una particolare esperienza nella rinoplastica. Ma, come emerge da questa conversazione, dietro i numeri e dietro gli interventi più conosciuti c’è una visione della professione che va oltre l'aspetto estetico: la formazione, la pratica chirurgica, la gestione dei casi complessi e soprattutto il rapporto di fiducia e di informazione con il paziente.

In questa intervista, il Dr. Poccia racconta come si costruisce un’attività chirurgica di alto volume, perché la specializzazione sia fondamentale, quali siano le differenze tra chirurgia del volto e del seno e quali equivoci ancora accompagnino la chirurgia plastica. Un dialogo che affronta anche aspetti molto concreti, dal monitoraggio nel tempo delle protesi mammarie alla percezione del dolore, fino alla necessità di una corretta informazione prima di scegliere un intervento.

Seicento interventi l'anno sono tanti. Come si arriva a un'attività di queste dimensioni? Non ci si arriva in fretta, e non ci si arriva da soli. C'è una specializzazione universitaria di cinque anni, che nel mio caso ho fatto al Campus Bio-Medico di Roma, ci sono le fellowship all'estero, e poi ci sono gli anni in cui operi molto e sbagli il meno possibile. Il numero in sé non è un merito: è la conseguenza di aver scelto di lavorare su un terreno preciso invece di fare un po' di tutto. Quello che conta davvero è cosa ti lascia — e ti lascia la ripetizione. In chirurgia il volume conta perché ti fa incontrare i casi difficili abbastanza spesso da riconoscerli in tempo. Non ti rende infallibile, nessuno lo è: ti toglie l'improvvisazione.

Di cosa si compone questa attività? Chirurgia del volto e chirurgia del seno, in proporzioni diverse. Nel volto: naso, palpebre, orecchie, mento. La rinoplastica è l'intervento che eseguo più spesso, ed è quello per cui vengo cercato da più lontano, ma sarebbe sbagliato ridurre il lavoro a quello. Una blefaroplastica è un intervento piccolo che modifica l'espressione in modo sproporzionato rispetto alla sua entità: molti si sentono dire da anni che sembrano stanchi, e non lo sono. E la chirurgia del seno è un capitolo a sé, con regole e tempi tutti suoi.

Perché a sé? Perché cambia la materia su cui lavori. Nel volto lavori su millimetri e su strutture rigide, osso e cartilagine. Nel seno lavori su tessuti che cambiano nel tempo — con la gravidanza, con il peso, con gli anni. E c'è un punto che andrebbe detto molto più spesso: le protesi mammarie non sono dispositivi che si mettono e si dimenticano. Non hanno una scadenza fissa, ma non durano per sempre, e chi le porta va seguita con controlli nel tempo. È un'informazione che ogni paziente ha diritto di ricevere prima dell'intervento, non dopo.

C'è un equivoco di fondo su questo mestiere? Sì: che chirurgia plastica ed estetica siano la stessa cosa. La chirurgia plastica nasce dalla ricostruzione — dai feriti di guerra, dalle ustioni, dai tumori che lasciano un vuoto da colmare. L'estetica è una parte di quel campo, non la sua definizione. Lo dico perché aiuta a capire una cosa che ha conseguenze pratiche: chi opera un volto per ragioni estetiche dovrebbe saperlo anche ricostruire.

Qual è la domanda che le fanno più spesso? «Quanto fa male?». E la risposta sorprende sempre: molto meno di quello che si immagina. Il dolore vero, in questi interventi, è raro; c'è il fastidio, il gonfiore, la sensazione di essere ingombranti per qualche giorno. Nell'immaginario collettivo però siamo rimasti fermi a trent'anni fa. È una delle ragioni per cui ho cominciato a raccontare il mio lavoro anche fuori dall'ambulatorio.

E la domanda che nessuno le fa, ma che dovrebbe farle? «Cosa succede se non mi piace». È la più importante e quasi nessuno la pone, perché fa paura. La risposta onesta è che il risultato si giudica dopo mesi, non dopo dieci giorni, e che in una piccola percentuale di casi si valuta insieme una correzione. Dirlo prima non è pessimismo: è l'unico modo perché la firma su un consenso informato voglia dire qualcosa.

Con questi numeri, le capita comunque di rifiutare un intervento? Capita, e più spesso di quanto si pensi — proprio perché il numero non è l'obiettivo. Dico di no quando quello che la persona vuole cambiare non è un dettaglio anatomico ma qualcosa che si porta dietro da altrove. Dico di no quando l'aspettativa non è compatibile con l'anatomia, che ha vincoli precisi: lo spessore della pelle, la qualità dei tessuti, il modo in cui cicatrizzano. E dico di no quando la spinta arriva da fuori: un fidanzato, un genitore, un commento letto online. Un no detto oggi pesa molto meno di un intervento da rifare fra due anni.

Arrivano ragazzi molto giovani? Arrivano, spesso con una fotografia del proprio viso modificata da un filtro. È diventata la parte più delicata del lavoro, perché quell'immagine non è riproducibile: un programma sposta pixel, un chirurgo deve spostare tessuti veri e rispondere del risultato per i vent'anni successivi. Con i minorenni, poi, il viso sta ancora cambiando. Nella maggior parte dei casi la risposta giusta è aspettare, e a volte è chiedere l'aiuto di un altro professionista prima ancora di parlare di chirurgia.

Opera in quattro città, Formia compresa. Perché non concentrare tutto in una sede grande? Perché il rapporto con le persone non si sposta. Qui opero e visito da anni, e molti di quelli che seguo li conosco da prima: mi cercano perché sanno dove trovarmi. Un intervento dura un'ora e mezza, ma il percorso intorno dura mesi: la prima visita, gli esami, i controlli. È in quei mesi che si decide se una persona è stata seguita bene, e quella parte funziona meglio se hai un posto dove sei riconoscibile. Le sale operatorie sono lo strumento — e ce ne sono di eccellenti anche qui; il rapporto è il lavoro.

C'è una cosa che vorrebbe si capisse? Che non vendiamo un risultato. Vendere un risultato, in medicina, è scorretto: si può descrivere una direzione, spiegare i limiti, dire cosa è ragionevole attendersi. Il resto lo fanno i tessuti di quella persona, che sono suoi e non miei. Ed è anche il motivo per cui, alla fine, di tutti quei seicento interventi quello che ricordo non è il numero: sono le due o tre volte l'anno in cui qualcuno torna e ti dice che ha smesso di pensarci. È lì che il lavoro è riuscito. Per approfondimenti www.igorpoccia.it