Il futuro dell’ex centrale nucleare del Garigliano torna a occupare il centro del dibattito politico nazionale. Il voto contrario del Governo a un ordine del giorno parlamentare che chiedeva di escludere definitivamente il sito campano da qualsiasi futura destinazione legata allo stoccaggio di rifiuti radioattivi ha riacceso preoccupazioni e polemiche in un territorio che da decenni convive con l’eredità del nucleare italiano.
A sollevare la questione è stato il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Francesco Emilio Borrelli, che ha definito la decisione dell’Esecutivo un “attacco a un territorio che ha già subito un forte impatto ambientale”. Una dichiarazione che ha trovato eco tra amministratori locali, associazioni ambientaliste e cittadini, da tempo impegnati nel monitoraggio delle attività legate al decommissioning dell’impianto.
L’ex centrale nucleare del Garigliano, situata nel comune di Sessa Aurunca, al confine tra Campania e Lazio, rappresenta una delle principali testimonianze della stagione nucleare italiana. Entrata in funzione nel 1964, la centrale cessò definitivamente la produzione di energia nel 1982, prima ancora del referendum che, nel 1987, sancì l’uscita dell’Italia dal nucleare. Da allora il sito è stato interessato da un lungo e complesso processo di smantellamento. Le attività di decommissioning sono gestite da Sogin, la società pubblica incaricata della dismissione degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi derivanti dalle vecchie attività energetiche e di ricerca.
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, l’area continua a ospitare materiali radioattivi che devono essere custoditi in condizioni di massima sicurezza fino alla realizzazione di una soluzione definitiva a livello nazionale. La questione centrale riguarda proprio la gestione dei rifiuti radioattivi. L’Italia, infatti, non dispone ancora di un Deposito Nazionale definitivo, una struttura destinata a raccogliere e mettere in sicurezza le scorie provenienti dagli ex impianti nucleari, dagli ospedali, dai laboratori di ricerca e da alcune attività industriali.
In assenza di tale infrastruttura, i materiali vengono conservati temporaneamente nei siti in cui sono stati prodotti o raccolti. Una situazione che da anni alimenta dibattiti politici, contestazioni territoriali e difficoltà operative. L’ordine del giorno respinto dal Governo chiedeva di escludere esplicitamente il Garigliano da qualsiasi futura ipotesi di deposito, accelerando al tempo stesso il trasferimento dei materiali presenti verso strutture considerate più idonee. Il mancato accoglimento della proposta è stato interpretato da alcuni esponenti politici come un segnale di apertura a possibili valutazioni future sull’area. Le comunità locali guardano con apprensione a qualsiasi ipotesi che possa aumentare il peso ambientale della zona. L’area del basso Casertano ha infatti affrontato negli ultimi decenni numerose criticità legate all’inquinamento, alla gestione dei rifiuti e al dissesto ambientale.
Per molti cittadini, l’eventuale permanenza o incremento delle attività di stoccaggio rappresenterebbe un ulteriore elemento di pressione su un territorio già fragile. Tra le principali preoccupazioni emergono i possibili impatti sulla salute pubblica, sulla qualità delle risorse idriche, sull’agricoltura e sul turismo. A ciò si aggiunge la particolare conformazione idrogeologica dell’area, spesso richiamata da tecnici e associazioni come elemento da considerare attentamente in qualsiasi valutazione futura.
Gli esperti del settore sottolineano tuttavia che la gestione dei rifiuti radioattivi avviene oggi attraverso protocolli molto rigorosi, definiti a livello nazionale e internazionale. I materiali vengono custoditi in contenitori progettati per resistere a eventi naturali e incidenti, mentre le strutture sono soggette a controlli continui da parte degli organismi di vigilanza. Ciò non elimina il dibattito pubblico, ma evidenzia la necessità di distinguere tra rischi percepiti e valutazioni tecnico-scientifiche. Proprio per questo motivo, la trasparenza delle informazioni e il coinvolgimento delle comunità locali sono considerati elementi fondamentali per costruire un confronto equilibrato e basato sui dati.
Al momento non esiste alcuna decisione definitiva che individui il Garigliano come futuro deposito nazionale delle scorie nucleari. Tuttavia, il voto parlamentare ha riportato alla luce una questione che continua a dividere politica, istituzioni e cittadini. La partita resta aperta e sarà strettamente legata alle future decisioni sulla localizzazione delle infrastrutture necessarie per completare il ciclo di gestione dei rifiuti radioattivi in Italia. Nel frattempo, il sito campano continuerà a essere osservato con attenzione da amministratori, residenti e associazioni ambientaliste, in attesa di chiarimenti ufficiali e di un percorso che sappia coniugare sicurezza, tutela dell’ambiente e interesse nazionale.
Il caso del Garigliano dimostra come il tema del nucleare, a quasi quarant’anni dal referendum che ne decretò l’abbandono, continui ancora oggi a rappresentare una delle questioni più delicate e controverse della politica energetica italiana.















