Sono trascorsi cinquant’anni dalla pubblicazione dell’album «Dentro e fuori» di Piero Ciampi (1934-1980) e ancora oggi, ascoltandolo, ci meravigliamo per la bellezza e l’intensità senza tempo delle sue composizioni. Il cantautore livornese, morto a Roma in piena solitudine, fu davvero un poeta e ancora oggi non del tutto valutato, spesso sottovalutato. Una sincerità d’espressione che lasciava e lascia ancora sospesi in una rara dimensione letteraria. Era un’anima inquieta, Piero Ciampi; girovago come lo fu Dino Campana. Amatissimo dai grandi del cantautorato italiano, come Paolo Conte, Gino Paolo e Ivano Fossati. E ancora Jannacci, Laiuzi, Endrigo.
Piero Ciampi, una personalità schietta, un poeta maudit come lo fu, qualche anno prima, Dylan Thomas. Visse molti anni a Milano, durante l’adolescenza, poi a Genova, a Parigi ma il suo cuore fu sempre fermo a Livorno. Un amore ricambiato dalla città labronica. Non aveva di certo un carattere facile da trattare, era uno spirito libero, scontroso, forse troppo per l’industria discografica degli anni Sessanta ma quando, nel 1963, uscì il suo lavoro “Piero Litaliano” (con lo pseudonimo proprio di Piero Litaliano) la grande giornalista Natalia Aspesi scrisse che «nei suoi versi si trova qualcosa di abbastanza poetico per riuscire incomprensibile all’amatore abituale di canzonette». Il cantautore ha lasciato un’eredità indelebile nel mondo della canzone italiana.














