La voce di Italia Nostra Aps – Italia Nostra Aps, antica organizzazione, dal 1955, istituita a tutela del patrimonio culturale, artistico e naturale della nazione, attraverso il proprio Consiglio regionale del Lazio, ha colto con largo anticipo quelle che sarebbero state le conseguenze della globalizzazione e degli scambi internazionali sul patrimonio enogastronomico italiano, regionale e territoriale. Quando si parla di contaminazione alimentare si pensa subito a batteri, sostanze tossiche, allarmi sanitari. Ma esiste una forma di contaminazione più silenziosa, meno visibile e forse più pericolosa: la contaminazione del sistema alimentare, quella che svuota il cibo del suo contenuto nutrizionale originario e lo trasforma. È ciò che sta accadendo oggi a una parte significativa del Made in Italy enogastronomico. Prodotti nati come patrimonio collettivo, frutto di territori, saperi e lavoro contadino, vengono progressivamente sottratti al consumo popolare e destinati a mercati ricchi, esclusivi e globali.
La voce di Italia Nostra Aps – Al loro posto, sulle tavole della maggioranza, specialmente nelle città, arrivano versioni legali ma impoverite, raffinate, miscelate e declassate. Negli ultimi anni il cibo italiano di qualità è diventato uno degli asset più redditizi del mercato internazionale. L’enogastronomia non è più soltanto nutrimento o cultura, ma esperienza, racconto, status. Vini iconici, oli extravergini di nicchia, formaggi artigianali e prodotti territoriali seguono una traiettoria precisa: dall’Italia al mondo, dalle campagne alle tavole di ristoranti stellati, boutique gastronomiche, clienti alto-spendenti. Il problema non è l’export in sé, ma il suo effetto collaterale: quando la produzione è limitata, ciò che vale di più prende automaticamente la strada del maggior guadagno. E il mercato interno si adatta non alla qualità, ma al reddito disponibile. L’olio extravergine d’oliva rappresenta, meglio di qualsiasi altro prodotto, questa deriva. Negli ultimi anni la produzione italiana è stata messa in difficoltà da una combinazione di fattori strutturali: crisi climatica, con siccità ed eventi estremi; diffusione della Xylella in alcune aree chiave; frammentazione della filiera e aumento dei costi di produzione.
La voce di Italia Nostra Aps – Il risultato è un bene sempre più scarso e sempre più caro. Di fronte a una disponibilità ridotta, il mercato fa ciò che sa fare meglio: seleziona il cliente. L’olio extravergine di altissima qualità non scompare. Cambia destinazione. Viene acquistato da: grandi gruppi dell’alta ristorazione, importatori internazionali, marchi che vendono esclusività e storytelling. Diventa un prodotto “da racconto”, da degustazione, da collezione. Un olio perfetto, ma non più quotidiano. Non più alimento di base, bensì oggetto di distinzione. Cosa resta sugli scaffali? Sugli scaffali dei supermercati, intanto, il consumatore medio si trova di fronte a una scelta apparentemente ampia ma sostanzialmente impoverita: olio di oliva ottenuto da oli raffinati e vergini; oli comunitari o extracomunitari; olio di sansa di oliva; miscele di oli vegetali. Tutti prodotti legali, conformi alle normative, ma lontani dall’olio che ha costruito la dieta mediterranea. L’olio raffinato con solventi, privo di polifenoli e carattere, diventa la normalità. L’extravergine vero, invece, l’eccezione. Contaminazione? La contaminazione non è chimica.
La voce di Italia Nostra Aps – È culturale, sociale, alimentare in senso profondo. L’olio extravergine d’oliva, simbolo della salute mediterranea e dell’identità italiana, oggi è sempre più assente dalle tavole di chi lo ha prodotto per secoli. Non perché non esista più, ma perché prende altre strade. Quelle dell’export, del lusso, delle cucine stellate e delle clientele esclusive. Sugli scaffali restano bottiglie di olio legale ma impoverito, miscelato, figlio non dell’olivo ma del mercato. È questa la vera contaminazione alimentare del nostro tempo: ciò che allontana il cibo dalla sua funzione originaria di nutrimento giusto e condiviso. Il problema è l’abitudine. Quando il consumatore impara a considerare normale un olio neutro, senza profumo né identità, perde la memoria del gusto. La parola “olio” smette di significare qualcosa. Il palato si adatta, non sceglie più. Una nuova forma di disuguaglianza? L’accesso differenziato alla qualità del cibo? Chi può permetterselo mangia meglio, non solo in senso gastronomico ma nutrizionale e culturale. Chi non può, si adegua a ciò che il mercato considera “sufficiente”.
La voce di Italia Nostra Aps – È una selezione invisibile, che passa per il prezzo e non per la legge. Una disuguaglianza che non fa rumore, ma che incide sulla salute, sull’identità alimentare, sulla relazione con il territorio. In conclusione, esportiamo qualità, importiamo disuguaglianza? Il paradosso è tutto qui: l’Italia esporta eccellenza, ma rischia di non riconoscerla più sulle proprie tavole. Se l’olio extravergine, come altri prodotti simbolo, diventa un lusso, non stiamo semplicemente vendendo il meglio al mondo. Stiamo normalizzando il peggio per noi stessi. La vera domanda, allora, non è quanto vale il Made in Italy sui mercati globali, ma chi può ancora permettersi di mangiarlo ogni giorno. Perché quando la qualità smette di essere quotidiana, il cibo smette di essere cultura e diventa soltanto merce. In tutto il Sud Pontino, nel Golfo di Gaeta, in altre realtà regionali italiane, persiste ancora una cultura radicata alla qualità e alla genuinità dei prodotti, che si tramanda di generazione in generazione e contribuisce alla forza dei luoghi. Non perdiamola.













