Ci sono luoghi che sopravvivono nella memoria anche quando il tempo ne cambia il volto. Una vecchia bottega, una nonna che accompagna il nipote a comprare il pane, una voce familiare che pronuncia il prezzo della spesa. Gesti semplici, apparentemente insignificanti, che possono custodire il ritratto di un’intera comunità. È da questa memoria quotidiana che nasce “Alla poteca”, la poesia con cui Marco Tedesco, artista originario del mondo culturale di Spigno Saturnia, ha partecipato alla seconda edizione del Premio di poesia dialettale Città di Sermoneta, ottenendo il riconoscimento come finalista.
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Un risultato maturato nell’ambito di una manifestazione che ha raccolto circa 800 opere provenienti da diverse parti d’Italia, confermando l’interesse per una forma di espressione letteraria che continua a dare voce alle identità locali e alle storie dei territori. Nel pomeriggio, la suggestiva cornice dell’ex chiesa di San Michele Arcangelo ha ospitato il reading poetico con i finalisti e i vincitori del premio. Un incontro nel quale il dialetto è diventato protagonista, portando sul palco non soltanto parole e versi, ma anche ricordi, tradizioni e modi di sentire profondamente legati alle comunità di provenienza.
Per Marco Tedesco, l’appuntamento ha rappresentato una tappa significativa di un percorso artistico che non si esaurisce in un unico linguaggio. La sua formazione affonda le radici nella storia dell’arte, un ambito dal quale si è progressivamente aperto alla pittura, alla scrittura e alla poesia. Forme espressive diverse, accomunate dalla possibilità di osservare la realtà, interpretarla e restituirne il significato attraverso uno sguardo personale.
A Sermoneta, questo percorso ha trovato espressione nel dialetto spignese, la lingua del paese in cui Tedesco è cresciuto. Una scelta che non risponde soltanto al desiderio di recuperare le proprie origini, ma diventa parte integrante del racconto poetico.
Una bottega, una nonna e il valore delle piccole cose
“Alla poteca” comincia con un ricordo intimo: l’infanzia, la nonna e le visite alla bottega per acquistare il pane di Spigno Vecchio e un po’ di mortadella. Poche immagini bastano a ricostruire un mondo riconoscibile, nel quale il commercio di vicinato era anche uno spazio di relazione e la quotidianità si alimentava di consuetudini, familiarità e gesti di attenzione.
La bottegaia, con il suo modo di lavorare e di rivolgersi ai clienti, diventa la figura centrale di questa memoria. Non è soltanto una commerciante intenta a vendere i propri prodotti: è una persona che conosce il valore del proprio lavoro e il rapporto che la lega alla gente del paese. Anche il prezzo della spesa, ricordato nei versi attraverso le vecchie lire, contribuisce a restituire concretezza alla scena e a collocarla in un tempo che appare lontano, ma non privo di insegnamenti per il presente.
Il passaggio più significativo arriva quando il ricordo si trasforma in confronto. Quell’amore per il prossimo, che un tempo sembrava accompagnare persino i gesti più ordinari, secondo il poeta appare oggi sempre più difficile da riconoscere. Il lavoro, osserva Tedesco, sembra essersi concentrato sulla necessità di guadagnare, mentre le difficoltà economiche vengono spesso invocate per spiegare un cambiamento più profondo nei rapporti tra le persone.
Non è una nostalgia fine a sé stessa. Attraverso la bottega, l’autore mette a fuoco una domanda che riguarda tutti: quanto spazio rimane, nella vita di oggi, per l’attenzione verso gli altri?
Il finale ironico che lascia il segno
La forza di “Alla poteca” sta anche nel linguaggio scelto per raccontare questa trasformazione. Il dialetto spignese non è un semplice rivestimento folkloristico, né un elemento decorativo inserito per ricreare un’atmosfera d’altri tempi. È la voce stessa del ricordo: rende familiari i personaggi, restituisce il ritmo della conversazione e conserva la schiettezza con cui certe verità vengono pronunciate nella vita quotidiana.
Tedesco accompagna il lettore dalla tenerezza della memoria a una considerazione amara sul presente, senza rinunciare all’ironia. L’ultima immagine, quella dell’amore per gli altri che se ne va “a pasce gli porce”, conserva tutta la ruvidità espressiva della parlata popolare. È una chiusura provocatoria, capace di strappare un sorriso e, subito dopo, di lasciare spazio alla riflessione.
Proprio questa conclusione evita che la poesia si trasformi in una semplice celebrazione del passato. Il dialetto, con la sua immediatezza, diventa lo strumento per affrontare un tema attuale: il rischio che, nella ricerca del guadagno e nella crescente attenzione alle difficoltà materiali, si perda di vista il valore delle relazioni umane.
Dalla storia dell’arte alla poesia: un percorso che parte dalle radici
La partecipazione al premio di Sermoneta offre anche l’occasione per guardare al percorso di Marco Tedesco nel suo insieme. Nato artisticamente nell’ambito della storia dell’arte e approdato anche alla pittura e alla scrittura, Tedesco trova nella poesia un ulteriore spazio per esprimere la propria sensibilità.
In “Alla poteca”, il suo sguardo si posa su una scena ordinaria e ne fa emergere un significato più ampio. È un procedimento che richiama, in un certo senso, la capacità dell’arte di andare oltre la superficie delle cose: dietro un acquisto in bottega si intravede una comunità; dietro il ricordo della nonna affiora un’intera stagione della vita; dietro una battuta in dialetto prende forma una critica ai cambiamenti della società.
La scelta di scrivere nella lingua della propria terra conferisce al componimento un ulteriore valore. Ogni dialetto custodisce infatti un patrimonio di espressioni, immagini e sfumature che rischia di attenuarsi quando si interrompe il legame con le generazioni precedenti. Trasformarlo in poesia significa conservarlo, ma anche dimostrare che può ancora parlare al presente e affrontare questioni universali. Il riconoscimento ottenuto come finalista non rappresenta soltanto una soddisfazione personale per Tedesco. È anche un’occasione per portare l’attenzione sul dialetto di Spigno Saturnia e sulla capacità delle lingue locali di diventare materia viva di creazione artistica.
Una poesia che guarda al passato per interrogare il presente
Nel corso del reading poetico, la condivisione dei versi ha assunto per l’autore un significato personale, legato all’emozione di presentare un componimento che nasce da ricordi autentici e da un rapporto diretto con il proprio territorio. A volte, proprio l’emozione accompagna le parole più sincere: quelle che non nascono dall’esigenza di costruire un personaggio, ma dal desiderio di raccontare ciò che si conosce e si porta dentro.
Con “Alla poteca”, Marco Tedesco restituisce dignità poetica a una piccola scena di vita quotidiana e la consegna a una memoria più ampia. La bottega di un tempo diventa così il simbolo di un modo di intendere il lavoro, la comunità e il rapporto con gli altri.
Resta, alla fine, l’immagine di una nonna, di un pezzo di pane e di una bottegaia che sapeva rendere più umano anche un semplice acquisto. È da qui che parte la poesia di Tedesco: da un ricordo personale che, attraverso il dialetto, smette di appartenere soltanto a chi lo ha vissuto e diventa una domanda rivolta a tutti. Perché custodire una lingua significa anche custodire il mondo che quella lingua racconta. E qualche volta, per capire quanto sia cambiato il presente, basta tornare con la memoria davanti alla porta di una vecchia bottega.





