Il volto della Terra potrebbe cambiare profondamente entro la fine del secolo. Non soltanto per l'aumento delle temperature, lo scioglimento dei ghiacciai o l'innalzamento del livello dei mari. Uno degli effetti meno immediati, ma potenzialmente più importanti, riguarda la progressiva trasformazione del clima di vaste porzioni delle terre emerse, destinate a diventare sempre più secche. Secondo un nuovo studio pubblicato su Environmental Research Letters, entro il periodo compreso tra il 2071 e il 2100 le cosiddette terre aride potrebbero arrivare a rappresentare quasi il 40% delle superfici emerse del pianeta. Una prospettiva che restituisce l'immagine di una Terra nella quale la disponibilità di acqua potrebbe diventare uno dei principali fattori di vulnerabilità per ecosistemi, agricoltura e popolazioni.

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Il dato, però, deve essere interpretato correttamente. Parlare di un pianeta che diventerà "deserto" sarebbe fuorviante. Le drylands, cioè le terre aride considerate nello studio, comprendono infatti un insieme molto più ampio di ambienti: non soltanto i deserti propriamente detti, ma anche aree semiaride, aride e sub-umide secche. Si tratta quindi di territori nei quali il rapporto tra precipitazioni e perdita di acqua tende progressivamente a diventare più sfavorevole. La differenza non è soltanto terminologica. Significa che l'aridificazione potrebbe manifestarsi molto prima che un territorio assuma l'aspetto tradizionalmente associato a un deserto. Un clima più caldo può aumentare infatti la quantità di acqua che viene sottratta al suolo attraverso l'evaporazione, mentre periodi più lunghi senza precipitazioni possono mettere sotto pressione la vegetazione e le riserve idriche.

Nello scenario considerato più critico, la superficie delle terre aride potrebbe aumentare di milioni di chilometri quadrati rispetto alla situazione osservata negli ultimi decenni. Una trasformazione enorme, destinata a interessare soprattutto alcune aree del pianeta già esposte alla scarsità d'acqua. Tra le regioni che potrebbero subire i cambiamenti più significativi figurano l'Australia, alcune zone del Brasile e diverse aree dell'Africa. Ma il fenomeno non deve essere letto esclusivamente attraverso una cartina geografica. Dietro l'espansione delle terre aride c'è infatti una trasformazione degli equilibri naturali che può avere conseguenze concrete sulla vita delle persone.

Quando il terreno perde progressivamente umidità, la vegetazione diventa più vulnerabile, l'agricoltura può incontrare maggiori difficoltà e aumenta la pressione sulle risorse idriche. In alcune aree, inoltre, la combinazione tra siccità, temperature elevate e degrado del suolo può alimentare processi di desertificazione, rendendo ancora più difficile la capacità degli ecosistemi di recuperare. Uno degli aspetti più interessanti evidenziati dalla ricerca riguarda anche il ruolo della vegetazione. L'aumento della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera, pur essendo il principale motore del riscaldamento globale di origine antropica, può produrre nelle piante un effetto fisiologico che riduce in parte la perdita d'acqua attraverso la traspirazione. È un meccanismo che può attenuare l'espansione prevista delle aree aride, ma non è sufficiente a invertire la tendenza generale.

In altre parole, la maggiore efficienza nell'uso dell'acqua da parte delle piante non cancella gli effetti del riscaldamento. Può soltanto limitarne una parte delle conseguenze. La ricerca mostra inoltre che non tutte le terre aride sono destinate a evolversi nello stesso modo. Alcune aree potrebbero diventare progressivamente più secche, mentre altre potrebbero sperimentare cambiamenti differenti. È proprio questa complessità a rendere difficile descrivere il futuro del pianeta con una sola parola.

Il fenomeno dell'aridificazione non significa dunque che improvvisamente intere nazioni si trasformeranno in deserti. È piuttosto un processo graduale, nel quale cambiano le condizioni climatiche che regolano la presenza dell'acqua nei suoli, la crescita della vegetazione e la capacità degli ecosistemi di sostenere le attività umane. Ed è forse questo l'aspetto più significativo dello scenario delineato dallo studio. Il cambiamento climatico non sta semplicemente rendendo la Terra più calda: sta modificando anche il modo in cui l'acqua viene distribuita e utilizzata dagli ecosistemi.

Entro la fine del secolo, quasi quattro decimi delle terre emerse potrebbero quindi rientrare nella categoria delle terre aride. Non è la previsione di un mondo completamente desertico, ma il possibile ingresso in una fase nella quale la gestione dell'acqua diventerà ancora più decisiva. Il futuro non è però già scritto. La dimensione di questi cambiamenti dipenderà dall'evoluzione delle emissioni e dal modo in cui le società riusciranno ad adattarsi a condizioni climatiche differenti. Ridurre il riscaldamento globale, proteggere i suoli, conservare le risorse idriche e rafforzare la capacità degli ecosistemi di resistere alla siccità saranno elementi fondamentali per limitare le conseguenze più pesanti.

La Terra del 2100, insomma, potrebbe essere molto diversa da quella che conosciamo oggi. E una delle differenze più importanti potrebbe non essere visibile soltanto nei gradi segnati dai termometri, ma nella quantità di acqua che resterà disponibile per sostenere la vita.