C'è un numero che più di altri racconta la dimensione della nuova emergenza climatica: 274 milioni. È la cifra che potrebbe arrivare a rappresentare, entro il 2027, la popolazione esposta a condizioni di grave insicurezza alimentare in uno scenario aggravato dagli effetti del Super El Niño. Dietro questo numero, però, non c'è la previsione di una carestia mondiale né la certezza che centinaia di milioni di persone saranno private del cibo. C'è qualcosa di più complesso e, proprio per questo, più preoccupante: la possibilità che un fenomeno climatico di eccezionale intensità vada a colpire Paesi e comunità che già oggi hanno difficoltà a garantire alimentazione, acqua e reddito alle proprie popolazioni.

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Il rischio è quello di una crisi che non nasce soltanto dal cielo, ma dall'incontro tra clima, povertà, guerre, mercati instabili e sistemi agricoli sempre più vulnerabili. El Niño è un fenomeno naturale legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico tropicale. Quando raggiunge livelli particolarmente elevati, la sua influenza può estendersi ben oltre l'oceano e modificare la circolazione atmosferica, alterando piogge, temperature e condizioni meteorologiche in molte regioni del pianeta.

È proprio questa capacità di spostare gli equilibri climatici a rendere il fenomeno così delicato. In alcune zone può portare siccità e temperature eccezionali; in altre può provocare precipitazioni molto abbondanti, alluvioni e danni alle infrastrutture. Non esiste, dunque, un unico volto di El Niño. Esistono molte conseguenze diverse, che cambiano a seconda della posizione geografica e del periodo dell'anno. Il problema diventa particolarmente serio quando queste anomalie si abbattono su economie già fragili.

Per milioni di persone che vivono di agricoltura, una stagione senza piogge può significare molto più di un raccolto scarso. Può significare la perdita del reddito familiare, la riduzione delle scorte alimentari, la morte del bestiame e l'impossibilità di affrontare la stagione successiva. Se contemporaneamente aumentano i prezzi degli alimenti, dei carburanti e dei fertilizzanti, la situazione può rapidamente trasformarsi in un'emergenza sociale. È questo il meccanismo che preoccupa maggiormente gli osservatori internazionali.

Il Super El Niño non deve essere considerato come una macchina capace di provocare automaticamente la fame in tutto il mondo. Il suo effetto sull'agricoltura è infatti molto diverso da regione a regione. Alcuni territori potrebbero ricevere precipitazioni utili e registrare condizioni favorevoli per determinate colture, mentre altri potrebbero essere colpiti da siccità, calore estremo o incendi. Mais, riso, grano, soia e altre produzioni agricole possono reagire in maniera differente a seconda del luogo, della stagione e della fase di crescita nella quale si trovano le piante. Per questo motivo non è corretto parlare semplicemente di un "crollo dei raccolti mondiali".

Il vero rischio riguarda piuttosto la concentrazione degli effetti negativi nelle aree meno preparate ad affrontarli. America centrale, Caraibi e alcune zone dell'America meridionale sono tra le regioni che potrebbero subire conseguenze significative. Lo stesso vale per diverse aree dell'Africa meridionale, dove l'agricoltura e la sicurezza alimentare sono particolarmente sensibili alle variazioni delle precipitazioni. Anche alcune zone dell'Asia meridionale e sudorientale potrebbero essere interessate da una diminuzione delle piogge.

In questi territori, una stagione agricola difficile può avere conseguenze che vanno molto oltre i confini dei campi coltivati. Quando la produzione diminuisce, le famiglie più povere sono le prime a essere colpite. Quando i prezzi aumentano, sono ancora loro ad avere meno possibilità di proteggersi. E quando uno Stato dispone di risorse limitate, diventa più difficile intervenire con aiuti, importazioni, sussidi o programmi di sostegno. La fame, quindi, non è soltanto una conseguenza del clima. È spesso il risultato finale di una serie di vulnerabilità che si sommano.

Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il quadro attuale particolarmente delicato. Il mondo arriva all'appuntamento con il Super El Niño dopo anni segnati da guerre, crisi economiche, inflazione alimentare, interruzioni delle catene di approvvigionamento e fenomeni meteorologici estremi. In molte regioni le popolazioni più vulnerabili hanno già consumato una parte significativa delle proprie riserve economiche.

Per loro, un nuovo shock può diventare decisivo. La previsione di un possibile coinvolgimento di 274 milioni di persone deve quindi essere letta come un campanello d'allarme e non come una profezia. Il numero indica una potenziale esposizione a livelli gravi di insicurezza alimentare. Non significa che tutte queste persone finiranno necessariamente in una situazione di carestia.

Ed è proprio questa distinzione a essere fondamentale. Una crisi alimentare può essere affrontata prima che diventi una carestia. Le previsioni meteorologiche consentono oggi di individuare con maggiore anticipo le aree potenzialmente esposte. Le scorte possono essere organizzate, gli aiuti possono essere indirizzati verso le comunità più vulnerabili e gli agricoltori possono adottare strategie diverse in base alle condizioni previste.

La capacità di intervenire in anticipo può fare la differenza tra una grave difficoltà e una tragedia umanitaria. Il Super El Niño rappresenta dunque una sfida non soltanto per la meteorologia, ma per l'intero sistema alimentare globale. Un raccolto perso in una regione può influenzare i prezzi. Un aumento dei prezzi può ridurre l'accesso al cibo. Una crisi economica può indebolire ulteriormente le famiglie. E una popolazione già provata da conflitti o povertà può non avere più margini per assorbire un altro colpo.

Il rischio più grande non è quindi semplicemente che il pianeta produca meno cibo. È che il cibo disponibile non riesca ad arrivare dove serve, quando serve e a un prezzo accessibile. Il fenomeno potrebbe raggiungere la sua massima intensità verso la fine del 2026 e continuare a produrre conseguenze anche nel 2027. I prossimi mesi saranno quindi decisivi per capire quanto gli effetti climatici riusciranno a tradursi in danni concreti per l'agricoltura e per le popolazioni più esposte.

La storia insegna che gli eventi climatici estremi diventano devastanti soprattutto quando incontrano sistemi fragili e impreparati. Oggi il mondo dispone di strumenti di previsione e di intervento molto più avanzati rispetto al passato. Ma disporre degli strumenti non basta: bisogna utilizzarli in tempo. I 274 milioni di persone potenzialmente esposte alla grave insicurezza alimentare non sono, dunque, una condanna già scritta. Sono un avvertimento.

E forse è proprio questo il messaggio più importante che arriva dal Super El Niño: la prossima grande emergenza alimentare non si combatte quando gli scaffali sono vuoti o quando una popolazione ha già perso tutto. Si combatte prima, quando le previsioni indicano ancora che c'è tempo per intervenire.