Questa mattina, a Scauri di Minturno, Marcello Rosario Caliman ha ricevuto l’ultimo saluto. Ma chiamarlo semplicemente “funerale” sarebbe quasi riduttivo. Perché nella chiesa gremita che lo ha accolto, più che il dolore, si respirava la gratitudine. Più che il silenzio, gli applausi. Più che il lutto, la festa per una vita vissuta intensamente, sempre dalla parte della sua comunità. Il Professore, il giornalista, lo scrittore, il diacono, l’ambientalista, il filantropo. E, prima di tutto, un uomo profondamente innamorato della sua Minturno. Marcello era tutto questo insieme, e forse ancora di più. Era una presenza costante, una voce capace di scuotere, una penna che non si limitava a raccontare la realtà, ma cercava di interpretarla e, quando necessario, di metterla in discussione. In chiesa, questa mattina, c’erano la sua famiglia, le istituzioni, i rappresentanti della politica, le forze dell’ordine, una delegazione della Croce Rossa Italiana, sacerdoti, diaconi e suore. Ma, in fondo, erano tutti lì per la stessa ragione: erano amici di Marcello.

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A rendere ancora più particolare quel momento, un violinista e il coro hanno accompagnato la celebrazione, mentre fuori il caldo di una giornata estiva e il rumore dei clacson sembravano intrecciarsi con le note che riempivano la chiesa. Una colonna sonora inconsueta per un addio, ma perfettamente coerente con un uomo che alla vita aveva sempre chiesto movimento, partecipazione, presenza. Tra i momenti più intensi, le parole dei figli Gian Paolo e Giuliano. Nessuno avrebbe potuto raccontare Marcello come hanno saputo fare loro: non il Professore, non il giornalista, non l’uomo pubblico, ma il padre.

Hanno ricordato l’uomo seduto davanti a una tastiera, alla sua scrivania in noce, immerso nei mille impegni che riempivano le sue giornate. Eppure, nonostante tutto, sempre presente. Sempre capace di trovare il tempo, lo spazio, la parola giusta. Un punto di riferimento per i figli e, come è emerso più volte durante la celebrazione, per tantissime persone. Dietro quella scrivania non c’era soltanto un uomo che scriveva. C’era un padre, un marito, un amico, un uomo che aveva fatto della propria curiosità e della propria disponibilità una ragione di vita.

«Un politico nel senso più alto»

Il sindaco di Minturno, Gerardo Stefanelli, lo ha definito un politico “nel senso più alto” del termine. Una definizione che racchiude bene una delle peculiarità di Marcello. Non ha mai fatto politica nel senso tradizionale della parola. Ma la politica, quella autentica, intesa come interesse per la polis e per il bene comune, attraversava profondamente il suo modo di essere. Nei suoi articoli, nelle sue riflessioni, nelle sue parole non c’era una posizione supina. Marcello non si limitava ad assecondare. Interrogava. Stimolava. Accendeva il dibattito. E lo faceva con un unico obiettivo: il bene della sua città.

L’uomo dai mille volti

Don Antonio, nella sua omelia, lo ha definito “l’uomo dai mille volti”. Un’immagine che forse più di ogni altra racconta Marcello. Era ovunque. A un evento culturale come a una manifestazione istituzionale, accanto alle associazioni, nel mondo della Chiesa, nelle iniziative ambientali, nel giornalismo, nella vita quotidiana della sua comunità. Non esisteva un ordine sociale, un contesto o una circostanza nella quale Marcello non riuscisse a esserci. Era un moderatore nato, ha ricordato il sacerdote: una persona capace di mettere insieme mondi diversi, di creare dialogo, di tenere unite persone e sensibilità differenti. E dietro ogni ruolo c’era sempre lo stesso uomo: quello che aveva scelto Minturno come luogo del cuore e come comunità da servire.

Dietro l’altare, accanto a Don Antonio, c’erano molti sacerdoti, diaconi e religiose. Una presenza che ha ricordato anche l’altra grande dimensione della sua vita: quella di diacono, vissuta con discrezione e partecipazione, sempre al servizio degli altri. Don Antonio ha lasciato anche una riflessione profonda: Marcello, ora, vivrà soltanto il presente. Non avrà più passato né futuro. Una frase che, ascoltata oggi, assume un significato particolare. Perché Marcello, invece, di passato ne ha lasciato tantissimo. E di futuro ne ha costruito altrettanto, attraverso le persone che ha incontrato, le battaglie che ha sostenuto, le parole che ha scritto e le idee che ha seminato.

Un applauso invece del silenzio

E allora è stato quasi naturale che, alla fine, la chiesa lo abbia salutato con un applauso. Non era un applauso per cancellare la tristezza. Era un applauso per dire grazie. Grazie per le parole. Per le discussioni. Per le provocazioni. Per le battaglie. Per l’impegno. Per la fede. Per l’amore verso la sua terra. Per quella presenza costante che oggi, improvvisamente, sembra lasciare un vuoto enorme. Marcello Rosario Caliman se ne è andato, ma questa mattina Scauri non lo ha salutato come si saluta qualcuno che scompare. Lo ha salutato come si saluta qualcuno che ha lasciato un segno.

Scrivendo queste righe, con nostalgia e malinconia, c’è una cosa che appare ancora incredibilmente difficile da accettare: pensare che quel telefono non squillerà più. Non arriverà una telefonata. Non ci sarà quella voce dall’altra parte. Non ci sarà un confronto, una domanda, una riflessione, magari una critica, magari una nuova idea. E forse è proprio questo il modo più vero per capire quanto Marcello fosse presente nella vita di tanti. Perché alcune persone non diventano semplicemente un ricordo. Continuano a vivere nelle parole che hanno lasciato, nelle persone che hanno formato, nelle battaglie che hanno combattuto e, soprattutto, in quel telefono che per un po’ continueremo istintivamente ad aspettare che squilli.

Ciao Marcello. Minturno oggi ti ha salutato con un applauso. Forse è esattamente così che avresti voluto essere ricordato. Di seguito le parole lette dal figlio Gian Paolo:

“In casa nostra, come molti di voi sanno, ci sono sempre stati molti quadri e molti libri.

Il ticchettio della macchina da scrivere di nostro padre, che ci ha sempre accompagnato, con il tempo si è solo addolcito perché le sue mani adesso scivolavano sulla tastiera di un computer, seduto in quella grossa scrivania in noce.

Ad oggi mi trovo a parlare di quella scrivania vuota, in una mattina di metà Agosto in cui hai deciso di lasciarci.

Noi, con mia madre, i miei fratelli, i miei nipoti e le tue sorelle, abbiamo adesso il compito di raccogliere ogni filo, ogni tassello che fa la storia del nostro e del vostro Marcello.

Anche se oggi ingiustamente io faccio questa distinzione in un dolore collettivo.

Tutti noi familiari siamo avvolti da una magia di affetto unica che in questo momento tutela il nostro dolore e lo rende meno amaro anche se ugualmente inimmaginabile nella sua crudeltà.

L’ impegno civile, storico, religioso di mio padre è di tutti voi. Di chi in queste file l’ha sostenuto, amato, fronteggiato.

Mio padre sapeva donare, ricevere, incassare, rispondere, spiegarsi, scrivere; ma soprattutto sapeva come farsi amare.

Oggi una dote non più cosi scontata. Qualcuno ha parlato di un collante, di un ponte per tante realtà; allora era quel grosso ponte tra cultura e storia, tra religione e amore della sua terra, terra della donna che amava: mia madre. Lui, cronista di storie vissute, mentore, maestro per qualcuno, amico fidato per molti qui oggi.

Per noi che ci ha messo al mondo possiamo solo pensare di essere bravi nel tendere la mano come lui. A ognuno di voi, oggi lascio prendere qualcosa del vostro Marcello, perché non riuscirei ad arrivare a tutti voi per condividerlo; e persone come lui sono da condividere.

Basti pensare che ha trasmesso ai suoi amati nipoti la gioia del farsi amare, che i loro amici che ringrazio non hanno lasciato soli nonostante i biglietti già acquistati per un concerto.

Forse anche questa è capacità di amare: l’amore è condividere un dolore.

La convivialità, così cara a mio padre, è arrivata fino a loro? A me piace pensarla cosi.

Ma poi papà, mi piace saperti nelle foto di te giovane nella tua Napoli, di te quarantenne nel tuo Golfo di Gaeta, di te cinquantenne nelle parrocchie che ti hanno ospitato, nei dibattiti in cui moderavi e intervenivi, nella tua Fiat multipla con i nipoti.

Mi piace saperti padre delle tue sorelle e più di uno zio per i loro figli.

E c’è un momento esatto in cui voglio restare con te papà. E’ quel momento in cui scendevamo le scale di casa, tu seduto sempre alla famosa scrivania noce, ti toglievi gli occhiali, fermavi la scrittura e ci dicevi a prescindere da chi fossimo: “Ue, amore mio!”

Restiamo li papà, perché come scrisse Hikmet: “Amo in te l’impossibile, ma non la disperazione e il dolore”.

Ciao Papà!”

Di seguito le parole lette dal figlio Giiuliano Flavio: “Papà già mi manchi mi manchi così tanto che quasi non riesco a respirare. Vorrei dirti tante cose sicuramente so che sarà difficile vivere senza di te senza il tuo sorriso ma soprattutto senza la tua infinita dolcezza. Sei stato un papà eccezionale un nonno adorabile. Non so cosa darei per ascoltare nuovamente la tua voce…per sedermi vicino a te e chiacchierare un po’. Amavi la tua famiglia i tuoi figli i tuoi nipoti avresti dato la vita per loro gli amavi e adoravi così tanto che in tua presenza non mi permettevi di alzare la voce e di gridargli. A noi figli sei stato sempre vicino con il tuo infinito amore… anche nelle disgrazie più grandi e dolori tremendi che hanno colpito la nostra famiglia. Hai sempre Onorato le tue promesse e questo non lo dimenticherò mai. Mia madre al tuo fianco è stata una moglie adorabile mio fratello Giampaolo con la sua dolcezza infinita ti ha dato amore fino all’ultimo respiro.Volevi il tuo amico Michele sempre vicino…io non dimenticherò mai le risate e le chiacchierate che facevate insieme e l’affetto che sapeva trasmetterti. Sono orgoglioso di averti avuto come padre e sono orgoglioso di portare per sempre il tuo cognome. Con amore infinito”