Per migliaia di anni sono rimasti imprigionati nel terreno congelato delle regioni artiche. Invisibili, isolati dall’ambiente esterno, conservati in condizioni che hanno rallentato drasticamente il deterioramento del materiale biologico. Oggi, mentre il permafrost si sta progressivamente scongelando, quegli archivi naturali stanno tornando sotto gli occhi degli scienziati. È da qui che nasce l’espressione, suggestiva quanto fuorviante, di “virus zombie”. La realtà scientifica è meno spettacolare di un film, ma non per questo meno affascinante.
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Virus rimasti congelati per migliaia di anni - Il permafrost è il terreno che rimane congelato per almeno due anni consecutivi. In vaste zone della Siberia e dell’Artico può raggiungere profondità considerevoli e contenere materiale biologico rimasto intrappolato per periodi lunghissimi. Resti di animali, piante, batteri e virus possono essere conservati negli strati congelati. Nel 2023 un gruppo internazionale di ricercatori ha annunciato il recupero di diversi virus antichi da campioni di permafrost siberiano. Alcuni di questi virus, dopo essere stati isolati in laboratorio, sono risultati ancora capaci di infettare amebe.
È un risultato sorprendente: significa che particelle virali rimaste congelate per un periodo estremamente lungo possono, in determinate condizioni, conservare la capacità di infettare un ospite. Ma c’è una precisazione fondamentale. Quei virus non erano virus umani. Gli esperimenti hanno riguardato principalmente virus giganti capaci di infettare amebe, organismi unicellulari molto diversi dall’uomo.
Perché vengono chiamati “zombie”?
La definizione è efficace dal punto di vista giornalistico, ma può generare confusione. Un virus non “muore” e poi torna in vita esattamente come farebbe un organismo. Al di fuori di una cellula ospite, infatti, un virus non si riproduce autonomamente. Il freddo può però contribuire a preservarne la struttura e il materiale genetico. Se il virus rimane sufficientemente integro e incontra successivamente un ospite compatibile, può in alcuni casi riprendere il proprio ciclo infettivo.
È questa capacità di rimanere inattivo per un tempo straordinariamente lungo a rendere appropriata, almeno metaforicamente, l’immagine del virus “risvegliato”.
Il problema vero è lo scioglimento del permafrost
La questione assume una dimensione completamente diversa quando viene collegata al cambiamento climatico. Il permafrost artico si sta riscaldando e in molte aree sta perdendo stabilità. Quando il terreno congelato si scongela, materiale biologico rimasto isolato per migliaia di anni può tornare nell’ambiente. Non significa automaticamente che un virus pericoloso venga liberato e inizi a infettare la popolazione.
Perché possa verificarsi una trasmissione servono infatti numerose condizioni: il virus deve essere ancora funzionale, deve trovare un ospite compatibile, deve riuscire a moltiplicarsi e deve poter passare da un individuo all’altro. Sono passaggi tutt’altro che scontati.
Nessuna prova di una pandemia imminente
È proprio questo il punto che spesso viene perso nei titoli più allarmistici. Gli studi disponibili non hanno dimostrato che il disgelo del permafrost stia per provocare una pandemia causata da antichi virus. Una revisione scientifica pubblicata nel 2025 ha analizzato il possibile rischio rappresentato dai microrganismi conservati nel permafrost e ha sottolineato l'assenza di prove di un'imminente epidemia provocata da questi agenti. Questo non significa che il fenomeno possa essere ignorato. Significa che la comunità scientifica sta cercando di capire quali microrganismi siano conservati nel permafrost e quali conseguenze possano avere una volta reimmessi negli ecosistemi moderni.
Potrebbero essere più importanti per gli ecosistemi che per l’uomo
Una delle possibilità più interessanti riguarda infatti non la salute umana, ma l'ambiente. Nel permafrost esistono enormi comunità microbiche. Il loro ritorno all'attività può modificare i processi biologici che avvengono nel terreno e influenzare la decomposizione della materia organica e il ciclo del carbonio. Il disgelo, quindi, non rappresenta soltanto la possibile liberazione di antichi microrganismi. Rappresenta la trasformazione di un intero ecosistema. E questo potrebbe avere conseguenze molto più ampie di quelle suggerite dalla storia dei “virus zombie”.
Un archivio biologico che si sta aprendo
Il permafrost può essere considerato una sorta di gigantesco archivio naturale. Al suo interno sono rimaste conservate testimonianze biologiche di epoche lontanissime: materiale genetico, microrganismi e resti di animali che possono raccontare la storia dell'evoluzione e dei cambiamenti ambientali avvenuti sulla Terra. Il problema è che questo archivio non è destinato a rimanere congelato per sempre. Con l'aumento delle temperature, alcune delle sue pagine si stanno lentamente scongelando.
Per gli scienziati la priorità non è quindi cercare un improbabile “virus apocalittico”, ma monitorare ciò che sta emergendo e capire quali organismi siano ancora funzionali e quali interazioni possano instaurare con gli ecosistemi attuali.
La vera minaccia non è un film dell’orrore
La storia dei virus “zombie” contiene dunque un elemento reale, ma anche una buona dose di semplificazione. Sì, alcuni virus antichi sono stati recuperati dal permafrost e hanno dimostrato di poter conservare attività infettiva in laboratorio. No, non esiste oggi alcuna evidenza che un esercito di virus preistorici stia per scatenare una pandemia umana. La vera storia è forse ancora più importante.
Il riscaldamento del pianeta sta modificando ambienti rimasti congelati per migliaia di anni. E nessuno sa ancora completamente cosa accadrà quando quegli antichi ecosistemi torneranno a entrare in contatto con il mondo moderno.
Il ghiaccio, insomma, non nasconde necessariamente un'apocalisse. Nasconde qualcosa di più concreto: un pezzo del passato biologico della Terra che il cambiamento climatico sta lentamente riportando alla luce.





