Il 66,7% dei genitori chiede il divieto degli smartphone in classe, ma il 90,4% li consegna ai figli entro i 12 anni

Cresce l’allarme sulla dipendenza digitale giovanile e sul ricorso all’IA nei compiti scolastici

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Il 66,7% dei genitori chiede il divieto degli smartphone in classe, ma il 90,4% li consegna ai figli entro i 12 anni – “Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani guarda con forte
preoccupazione ai dati emersi dal Rapporto Censis 2026 “Essere genitori oggi”, che evidenziano
una contraddizione sempre più evidente nella relazione tra famiglie, tecnologie digitali e scuola. Se
il 66,7% dei genitori chiede oggi il divieto assoluto degli smartphone in classe, appare impossibile
ignorare un dato altrettanto significativo: il 46,4% dei bambini riceve il primo smartphone entro i
dieci anni di età e il 90,4% entro i dodici anni. Parallelamente, il 43% dei genitori dichiara di
utilizzare abitualmente lo smartphone per geolocalizzare i figli, affidando quindi alla tecnologia una
funzione di rassicurazione e controllo familiare. Lo stesso Rapporto Censis segnala inoltre che il
32,5% degli studenti utilizza già strumenti di intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT o
Gemini, per svolgere compiti scolastici.


Questi numeri non descrivono soltanto un cambiamento nelle abitudini quotidiane, ma delineano
una vera trasformazione antropologica ed educativa. La generazione che oggi frequenta le scuole è
la prima cresciuta immersa sin dall’infanzia in un ecosistema digitale permanente, caratterizzato da
notifiche continue, videogiochi online, contenuti brevi, stimolazioni visive incessanti e
gratificazioni immediate. In moltissimi casi il cellulare entra nella vita dei bambini già nei primi
anni come strumento di compensazione emotiva. Viene utilizzato per calmare, distrarre, evitare
conflitti, occupare il tempo o sostituire momentaneamente la relazione diretta con l’adulto. Questo
processo apparentemente innocuo produce però conseguenze profonde e spesso sottovalutate.
Le più recenti ricerche neuroscientifiche e psicopedagogiche evidenziano infatti che l’esposizione
precoce e prolungata agli schermi può modificare i meccanismi dell’attenzione e della regolazione
emotiva. Diversi studi internazionali mostrano come gli adolescenti trascorrano mediamente tra le
cinque e le sette ore al giorno davanti allo smartphone, senza considerare il tempo dedicato ai
computer per motivi scolastici. Numerose indagini europee segnalano inoltre che una quota
crescente di ragazzi controlla il telefono decine o addirittura centinaia di volte nell’arco della
giornata, sviluppando forme di dipendenza comportamentale caratterizzate da ansia da
disconnessione, irritabilità e bisogno compulsivo di controllo delle notifiche.


Il fenomeno è aggravato dalla struttura stessa delle piattaforme digitali e dei videogiochi online,
progettati attraverso meccanismi di ricompensa immediata che agiscono sui circuiti dopaminergici
del cervello. Like, notifiche, video brevi e dinamiche competitive producono microgratificazioni
continue che stimolano il bisogno di permanenza online. Gli studiosi parlano sempre più
frequentemente di “economia dell’attenzione”, cioè di un sistema nel quale il tempo mentale delle
persone viene costantemente catturato e monetizzato attraverso algoritmi progettati per prolungare
la connessione. Gli adolescenti risultano particolarmente vulnerabili perché il loro cervello è ancora
in fase di sviluppo, soprattutto nelle aree legate all’autocontrollo, alla pianificazione e alla gestione
degli impulsi.
Nelle scuole italiane i segnali della dipendenza digitale sono ormai evidenti e sempre più frequenti.
Molti docenti segnalano un aumento delle difficoltà di concentrazione, una riduzione significativa
dei tempi di attenzione, un impoverimento del linguaggio, una crescente fatica nella lettura di testi
articolati e una diffusa incapacità di sostenere attività cognitive prolungate senza interruzioni. Si
osservano inoltre fenomeni di ansia relazionale, isolamento sociale, alterazione del sonno e
difficoltà nella gestione della frustrazione. In alcuni casi gli studenti vivono il distacco dal telefono
come una vera esperienza di privazione emotiva, manifestando nervosismo, agitazione o senso di
vuoto quando il dispositivo viene sottratto anche solo temporaneamente.


È necessario avere il coraggio di affermare con chiarezza che la dipendenza digitale giovanile
rappresenta oggi una delle emergenze educative più sottovalutate del nostro tempo. Il problema
viene spesso banalizzato perché il cellulare è ormai considerato un oggetto normale, quasi
inevitabile, all’interno della vita quotidiana. Tuttavia la normalizzazione sociale di uno strumento
non elimina i rischi derivanti dal suo uso precoce, eccessivo o non regolato. Quando un adolescente
non riesce a stare offline senza provare disagio psicologico, quando la relazione con il telefono
diventa prioritaria rispetto al dialogo familiare, allo studio, allo sport o alle relazioni reali, non
siamo più davanti a una semplice abitudine tecnologica ma a una fragilità educativa profonda.
In questo contesto il semplice divieto dello smartphone a scuola rischia di trasformarsi in una
risposta parziale. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che
il divieto possa avere una funzione utile nella tutela dell’attenzione e del clima educativo durante le
attività didattiche, ma non possa essere considerato una soluzione sufficiente. Una dipendenza non
si supera esclusivamente sottraendo l’oggetto che la alimenta. Occorre invece intervenire sulle
cause culturali, relazionali ed educative che hanno prodotto quella dipendenza.


Le più recenti teorie pedagogiche sottolineano infatti che l’apprendimento autentico richiede
lentezza, capacità di attesa, elaborazione personale, gestione della fatica cognitiva e relazione
umana diretta. La continua esposizione agli stimoli digitali rischia invece di destrutturare
progressivamente tali competenze. Numerosi pedagogisti contemporanei insistono sull’importanza
di educare bambini e adolescenti al limite, alla noia creativa, alla concentrazione prolungata e alla
costruzione di relazioni non mediate dagli schermi. Proprio la capacità di tollerare momenti privi di
stimolazione immediata rappresenta uno degli elementi fondamentali per lo sviluppo
dell’immaginazione, della riflessione critica e della maturazione emotiva.
Per questa ragione appare profondamente contraddittorio chiedere alla scuola di reprimere
comportamenti che spesso vengono legittimati o incentivati negli ambienti familiari. La richiesta di
“pugno duro” avanzata da molti genitori sembra talvolta il tentativo di delegare all’istituzione
scolastica la gestione di un problema costruito negli anni dentro modelli educativi fragili o
incoerenti. Non si può ignorare che molti bambini crescono oggi in contesti nei quali gli stessi
adulti manifestano forme di dipendenza tecnologica, controllando continuamente il telefono,
riducendo il tempo del dialogo diretto e normalizzando una connessione permanente.


Particolarmente delicato appare inoltre il crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa
nei compiti scolastici. Il fatto che oltre uno studente su tre utilizzi già piattaforme come ChatGPT o
Gemini conferma quanto rapidamente la tecnologia stia trasformando i processi di apprendimento.
Anche in questo caso il problema non riguarda lo strumento in sé, ma il rischio di un utilizzo
sostitutivo che impoverisca l’autonomia del pensiero. Se lo studente delega costantemente alla
macchina la scrittura, il ragionamento e la rielaborazione critica, si produce una progressiva de-
responsabilizzazione cognitiva che indebolisce la formazione culturale e democratica della persona.
La scuola democratica non può limitarsi a proibire o confiscare strumenti. Deve diventare il luogo
in cui si insegna a comprendere i meccanismi della dipendenza, a riconoscere le manipolazioni
algoritmiche, a recuperare il controllo della propria attenzione e a sviluppare un uso consapevole
della tecnologia. Ma questo compito non può essere affrontato in solitudine. È necessario costruire
una nuova alleanza educativa tra scuola, famiglie e istituzioni, fondata sulla corresponsabilità e non
sulla reciproca delega.


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sottovalutare oggi
la dipendenza digitale significhi esporre le nuove generazioni a una vulnerabilità profonda destinata
a incidere non soltanto sul rendimento scolastico, ma sulla qualità delle relazioni umane, sulla salute
psicologica, sulla libertà individuale e sulla stessa tenuta democratica della società. Un giovane
incapace di governare il rapporto con la tecnologia rischia infatti di diventare più manipolabile, più
fragile emotivamente e meno capace di esercitare il pensiero critico. È questa la vera sfida educativa
del nostro tempo, ed è necessario affrontarla con responsabilità, lucidità culturale e una visione
pedagogica di lungo periodo.” Lo comunica il prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU.