La Regina della Pedivella: Alfonsina Strada, prima e unica donna a sfidare il vento e i maschi nella leggenda del Giro

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Il 1924 non era un anno come gli altri. Mentre a Parigi il nuotatore Johnny Weissmuller dominava le vasche olimpiche, ignaro che un giorno sarebbe diventato il Tarzan più celebre del grande schermo, in Italia una donna decideva di riscrivere le leggi del possibile. Quella donna era Alfonsina Strada, un’anima indomita nata tra la polvere delle campagne emiliane, dove la fame mordeva ma la voglia di correre era più forte di tutto.

Alfonsina non chiedeva il permesso. Già da ragazzina mentiva ai genitori, fingendo di andare a messa per poter partecipare alle gare locali di nascosto. La sua era una ribellione silenziosa che esplose quando, per fuggire dal destino di sarta e bracciante, si sposò chiedendo come regalo di nozze proprio una bicicletta da corsa. Era la “regina della pedivella”, una donna che non sfidava solo gli uomini, ma l’intera grammatica di un’epoca che declinava lo sport solo al maschile.

Quando si presentò al Giro d’Italia del 1924, il numero 72 cucito sulla divisa nera era un atto di sfida contro un maschilismo imperante. Percorse 3.613 chilometri di fango e sudore, affrontando tappe massacranti come la Bologna-Fiume di 415 chilometri, pedalando per 21 ore consecutive tra gli incitamenti della folla che la chiamava “Regina del Giro”. L’aria delle volte era così insopportabilmente calda che dava il senso di un ferro riscaldato. Terribile! Eppure Alfonsina non mollava. E quando pioveva, la furia del vento invece che bloccarla la rendeva ancora più agguerrita, una belva che pedalava contro il mondo intero.

Anche quando la giuria la escluse ufficialmente dalla classifica dopo l’ottava tappa per essere arrivata fuori tempo massimo, Alfonsina non si fermò: continuò a correre, arrivando a Milano insieme ai soli trenta atleti che erano riusciti a terminare la corsa.

Era un’avanguardista pericolosa per il regime. Benito Mussolini, che inizialmente aveva vietato le competizioni femminili e osteggiato quella “impudente”, cercò poi di cavalcare la sua immensa popolarità. In quei giorni cupi, segnati dal rapimento e dall’uccisione di Giacomo Matteotti, il Duce cercò di distogliere l’attenzione pubblica promettendole una medaglia. Ma Alfonsina, con la stessa fierezza con cui spingeva sui pedali, scelse di non andare a ritirarla, rivendicando la propria libertà contro ogni tentativo di strumentalizzazione politica.

Alfonsina Strada è stata questo: un vento che non conosceva limiti, una pioniera capace di dimostrare che i confini sono solo linee tracciate da chi ha paura di correre troppo forte.

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Pierluigi Larotonda
Laureato in Economia, ha collaborato col giornale web primaPrato, cronaca, e con Bisenziosette, settimanale carta stampata, occupandosi soprattutto di arte e libri. Ha scritto alcuni articoli culturali su Affari Italiani (2009). Conduce da molti anni il programma culturale Racconti Urbani su Radiocanale7 (arte, letteratura, storie metropolitane). Accanito lettore, tra i suoi libri l'almanacco calcistico NAZIONALI SENZA FILTRO (prefazione dell'osservatore tecnico azzurro del 2006, Giampiero Ceccarelli) e il saggio inchiesta IL DELITTO AMMATURO (presentato in Sala Stampa Camera dei Deputati l'8 novembre 2022 e con prefazione del giornalista Simone Di Meo). Ultimo volume pubblicato: Pali Azzurri, almanacco illustrato dei portieri della Nazionale italiana - prefazione di Giovanni Galli