C’è un numero che più di altri racconta la posizione dell’Italia nel confronto con le grandi economie occidentali: 5.164 dollari pro capite. È quanto, secondo gli ultimi dati comparabili dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), l’Italia ha destinato alla sanità nel 2024, considerando la spesa complessiva e correggendo i valori per le differenze nel potere d’acquisto. Nel G7 è il dato più basso.

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La distanza dagli altri Paesi è tutt’altro che marginale. La Germania arriva a 9.365 dollari pro capite, la Francia a 7.367, il Canada a 7.301 e il Regno Unito a 6.774. Il Giappone si colloca a 5.790 dollari. Gli Stati Uniti, con 14.885 dollari per abitante, rappresentano un caso a parte. L’Italia, dunque, non è ultima tra tutti i Paesi monitorati dall’OCSE: diversi Stati spendono meno. Ma all’interno del G7 sì, il nostro Paese occupa l’ultima posizione per spesa sanitaria pro capite.

Un divario che non riguarda soltanto il bilancio

Il dato assume un significato ancora più rilevante se rapportato alla dimensione complessiva dell’economia. Nel 2024 la spesa sanitaria italiana equivaleva all’8,4% del Pil, contro una media OCSE del 9,3% Anche sotto questo profilo l’Italia si trova nella parte bassa della classifica dei Paesi più ricchi. Germania e Francia destinano alla sanità una quota decisamente superiore del proprio prodotto interno, mentre il Regno Unito si colloca anch’esso ben sopra l’Italia. Gli Stati Uniti sono un caso estremo, con una spesa pari al 17,2% del Pil. Il confronto, tuttavia, va interpretato con cautela. Una maggiore percentuale di Pil non significa automaticamente un sistema sanitario migliore.

La spesa statunitense, per esempio, è enormemente superiore a quella italiana, ma non può essere considerata un modello di efficienza o universalità semplicemente sulla base del denaro impiegato. Il punto, per l’Italia, è un altro: quanto riesce il Servizio sanitario nazionale a fare con le risorse disponibili?

Meno soldi, ma anche meno infermieri

La fotografia dell’OCSE diventa particolarmente interessante quando si passa dalla spesa alle risorse umane. L’Italia dispone di 5,4 medici ogni mille abitanti, contro una media OCSE di 3,9. Apparentemente è un dato rassicurante. Ma il quadro cambia radicalmente quando si osservano gli infermieri: sono 6,9 ogni mille abitanti, contro i 9,2 della media OCSE. OOECD È una delle contraddizioni del sistema italiano: molti medici, relativamente pochi infermieri.

E non è l’unica criticità. Nel settore dell'assistenza a lungo termine, l'Italia conta appena 1,5 operatori ogni 100 persone con almeno 65 anni, contro una media OCSE di 5. In un Paese tra i più anziani del mondo, il dato è particolarmente significativo. La questione sanitaria italiana, quindi, non può essere ridotta alla domanda “quanto spendiamo?”. Bisogna chiedersi anche come vengono distribuite le risorse, quali professionisti vengono formati, dove vengono impiegati e quanto il sistema riesca a spostare l'assistenza dall'ospedale al territorio.

Il paradosso italiano: meno spesa, ma risultati importanti

La fotografia non è però esclusivamente negativa. L’Italia continua a registrare risultati sanitari importanti. L’aspettativa di vita resta tra le più elevate dell’area OCSE e il sistema garantisce una copertura sanitaria di base universale. C'è inoltre un dato che merita attenzione: secondo l’OCSE, l’Italia destina alla prevenzione il 4,6% della spesa sanitaria corrente, contro il 3,4% della media OCSE. Questo dimostra perché una classifica basata esclusivamente sulla spesa rischierebbe di essere semplicistica.

Spendere di più non significa necessariamente ottenere risultati migliori. Ma, allo stesso tempo, un sistema sottoposto a una crescente domanda di prestazioni non può ignorare per sempre il problema delle risorse.

L’effetto dell’invecchiamento

Il tema diventa ancora più urgente se si considera la struttura demografica italiana. Una popolazione anziana significa maggiore bisogno di assistenza per malattie croniche, non autosufficienza, riabilitazione, assistenza domiciliare e cure di lungo periodo. È proprio qui che il confronto con l’OCSE presenta uno dei segnali più preoccupanti: l’Italia dispone di molti medici, ma è molto più debole sul fronte infermieristico e soprattutto sull’assistenza continuativa agli anziani. Il rischio è quello di avere un sistema formalmente universalistico, ma sempre più difficile da utilizzare tempestivamente.

Liste d’attesa, carenza di personale, differenze territoriali e ricorso crescente alla spesa privata possono diventare, in questo scenario, facce diverse dello stesso problema.

La sanità italiana davanti a un bivio

I numeri OCSE non autorizzano a sostenere che l’Italia abbia “la peggiore sanità” del mondo o che sia ultima in assoluto per spesa sanitaria. Sarebbe una conclusione che i dati non sostengono. Dicono però qualcosa di preciso: nel G7 l’Italia è il Paese che spende meno per abitante in sanità e destina al settore una quota di Pil inferiore alla media OCSE. La vera domanda politica, dunque, non dovrebbe essere soltanto se aumentare o diminuire la spesa. Dovrebbe essere: quali risorse servono per mantenere universalità e qualità del Servizio sanitario nazionale nei prossimi dieci o vent'anni?

Perché il problema non è soltanto il confronto con Germania, Francia o Regno Unito. È soprattutto il futuro di un sistema chiamato a curare una popolazione sempre più anziana, con bisogni sanitari crescenti e una forza lavoro che, in alcune professioni fondamentali, è già insufficiente. Il dato dei 5.164 dollari pro capite può dunque essere letto come una semplice posizione in classifica. Oppure come un campanello d'allarme.