Quando una persona rischia di annegare, ogni secondo può essere decisivo. Ma non sempre una motovedetta riesce ad avvicinarsi al punto in cui si trova il naufrago. Fondali bassi, scogli, correnti e condizioni del mare possono rendere complicato, e talvolta rischioso, l'intervento diretto degli uomini. È proprio in situazioni di questo tipo che può entrare in azione una tecnologia che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata quasi fantascientifica: un salvagente capace di muoversi autonomamente sull'acqua e di essere guidato a distanza. Si chiama U-Safe e, per il suo funzionamento, viene spesso definito un vero e proprio "drone marino".
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A prima vista sembra un grande salvagente a forma di U. La differenza è nascosta al suo interno: il dispositivo è dotato di sistemi di propulsione elettrica che gli permettono di muoversi sull'acqua e di essere pilotato da un operatore attraverso un telecomando. Il principio è semplice: invece di chiedere alla persona in difficoltà di raggiungere i soccorritori, è il dispositivo ad andare verso di lei.
Una volta arrivato sul posto, il naufrago può aggrapparsi al salvagente. A quel punto l'operatore può guidarlo nuovamente verso l'imbarcazione di soccorso. Una soluzione particolarmente interessante quando la motovedetta deve mantenere una certa distanza dalla costa o dagli ostacoli.
L'intervento che ha dimostrato la sua utilità
La tecnologia è tornata recentemente alla ribalta dopo un intervento della Guardia Costiera nel Lazio. Una barca con cinque persone a bordo si era trovata in difficoltà vicino agli scogli. Le caratteristiche dei fondali rendevano difficile l'avvicinamento diretto della motovedetta. Le persone erano finite in acqua e avevano bisogno di essere raggiunte rapidamente. In questa situazione è stato utilizzato il dispositivo U-Safe. Il salvagente motorizzato è stato inviato verso i naufraghi e guidato a distanza fino a raggiungerli. Le persone hanno potuto aggrapparsi al dispositivo, che è stato successivamente riportato verso la motovedetta.
Un'operazione che mostra in modo concreto quale possa essere il ruolo di questi sistemi: non sostituire i soccorritori, ma consentire loro di intervenire più rapidamente e, soprattutto, riducendo i rischi.
Una tecnologia pensata per ridurre i pericoli
Il soccorso in mare comporta infatti rischi anche per chi interviene. Quando il mare è mosso, entrare in acqua per raggiungere un bagnante può essere pericoloso. La situazione diventa ancora più complessa in presenza di scogli, correnti o imbarcazioni incagliate. Un dispositivo telecomandato permette invece di creare una sorta di collegamento tra il soccorritore e la persona in difficoltà. Il salvagente può essere mandato avanti mentre l'operatore rimane a bordo della motovedetta, mantenendo una posizione più sicura.
Il futuro dei soccorsi potrebbe essere sempre più tecnologico
Il concetto di drone applicato alle emergenze in mare non riguarda soltanto i salvagenti motorizzati. Già oggi vengono utilizzati droni aerei per osservare ampie zone di mare, individuare persone in difficoltà e fornire ai soccorritori informazioni sulla loro posizione. Il passo successivo è utilizzare dispositivi autonomi o telecomandati capaci non soltanto di vedere il naufrago, ma anche di raggiungerlo e fornirgli immediatamente un supporto galleggiante.
In questo scenario, il "drone salvagente" potrebbe diventare uno degli strumenti a disposizione di Guardia Costiera, stabilimenti balneari, società di salvataggio e altre organizzazioni impegnate nella sicurezza in acqua. Non si tratta, naturalmente, di sostituire l'uomo. Il principio è esattamente il contrario: mettere la tecnologia al servizio del soccorritore, permettendogli di arrivare prima e di correre meno rischi.
E quel piccolo salvagente che si muove autonomamente verso chi è in difficoltà potrebbe rappresentare una delle immagini più concrete di come la robotica stia entrando anche nel mondo del soccorso. Perché in mare, quando qualcuno è in pericolo, la distanza tra la vita e la tragedia può essere davvero questione di pochi minuti.





