Negli anni Cinquanta sorse la raffineria di Gaeta, che contribuì a fare dell’Italia la «raffineria d’Europa»
Mio padre, Giuseppe, lavorò per diversi anni nella raffineria di Gaeta. Ricordo ancora le alte torri e i grandi serbatoi: un complesso industriale incastonato tra colline e mare. D’estate il sole sembrava piombare a picco, quasi a pietrificare l’aria. Ciò che più mi affascinava era la sala operativa: tutte quelle spie luminose, alla fine degli anni Settanta, mi davano l’impressione di trovarmi davanti a macchine di un altro mondo.
L’impianto entrò in funzione nel 1957, mentre l’Italia diventava la «raffineria d’Europa». Proprio quell’anno fu siglato un importante accordo tra Italia e Iran per l’importazione di petrolio grezzo. Era l’epoca di Enrico Mattei alla guida dell’ENI. Qualche anno prima, un intrepido capitano italiano aveva sfidato il blocco navale inglese per raggiungere per primo il petrolio iraniano. Vi racconteremo la sua storia.
Nel 1952 il primo ministro iraniano Mossadeq aveva nazionalizzato il petrolio del paese e la grande compagnia Anglo-Iranian, che godeva di condizioni di sfruttamento molto vantaggiose, si era trovata nei guai. Gli inglesi avevano reagito male ed era nata la prima «crisi del petrolio» del dopoguerra. Mossadeq aveva messo a disposizione di chi avesse voluto venire a prenderseli due milioni di tonnellate di greggio, a patto che la prima nave fosse arrivata ad Abadan, nel Golfo Persico, entro il 20 gennaio 1953. Gli inglesi minacciavano di bloccare qualunque traffico finché l’Iran non avesse pagato un indennizzo di svariati miliardi di sterline. C’era di mezzo nientemeno che sir Hartley Shawcross, l’esperto legale numero uno del Regno Unito, già pubblico accusatore ai processi di Norimberga. Un blocco navale della Royal Navy e un leone di avvocato come Shawcross avrebbero scoraggiato chiunque. Tranne l’armatore italiano Gugliolo e il capitano Amilcare Mazzeo.
Il factotum del gruppo Gugliolo-Bennati, Francesco Mortillaro, ricevette dall’armatore il compito di trovare un capitano disposto a rischiare: andare in Iran a caricare petrolio con il pericolo di essere colpito da una nave inglese. Non ci pensò molto e scelse Amilcare Mazzeo. Di lui si diceva che avesse occhi taglienti come scimitarre, carattere deciso e una grande pazienza, virtù sempre apprezzabile, soprattutto in mare. Si raccontava che avesse navigato in mari violenti, ma che gli mancasse ancora qualcosa per liberarsi di una vecchia ruggine. Nessuno, tantomeno Mortillaro, sapeva di cosa si trattasse. Mazzeo non ebbe esitazioni e il 26 dicembre 1952 salpò a bordo della «Miriella», una petroliera varata in Olanda nel 1913: quasi quarant’anni di vita, un relitto antidiluviano per una missione tanto spericolata. Violare il blocco inglese e portare petrolio in Italia. Roba da matti, direbbe qualcuno. Roba da capitani coraggiosi, diremmo noi!
La «Miriella» partì da Genova e, procedendo a otto nodi, giunse a Port Said la mattina del 2 gennaio 1953. Il sole era alto in un cielo cosparso di nuvole e tirava un vento freddo che faceva garrire le bandiere egiziane. Nel Canale di Suez, in colonna con altri piroscafi, si verificò un fatto misterioso: a un incrocio la collisione sembrava inevitabile, ma fu evitata per un soffio grazie alla prontezza del pilota italiano. Mazzeo, comandante esperto, non perse il sonno per quell’episodio e, simile a un Nuvolari degli oceani, tirò dritto fino a Suez per poi prendere il largo nel Mar Rosso. Destinazione non dichiarata, ma dove poteva dirigersi una cisterna in zavorra se non verso il Golfo Persico?
Sembra la trama di un romanzo d’avventura e spionaggio, ma è tutto vero. E il batticuore deve ancora arrivare.
La mattina dell’8 gennaio, mentre la Miriella era in rotta verso Abadan, il Daily Telegraph diede l’allarme, parlando di una nave italiana pronta a tutto pur di imbarcare petrolio iraniano. Il caso divenne internazionale. Qualsiasi uomo di mare avrebbe abbandonato l’impresa alla vista degli incrociatori britannici a guardia del Golfo ma non Amilcare Mazzeo, che aveva ancora un conto in sospeso con gli inglesi…quella «vecchia ruggine». Durante la guerra era stato silurato dai britannici, aveva trascorso cinque anni di prigionia e aspettava solo l’occasione per regolare i conti. Ufficiale di una nave affondata davanti a Mogadiscio nel luglio del 1940, era stato mitragliato da un sommergibile inglese mentre l’equipaggio saliva sulle scialuppe.
Il momento della vendetta era arrivato! Incurante del pericolo, il capitano puntò dritto su Abadan e il 19 gennaio venne accolto con entusiasmo dai persiani tra striscioni che inneggiavano: «Viva gli amici italiani, abbasso gli inglesi!». Appena un giorno prima della scadenza fissata da Mossadeq.
Ora restava il ritorno. Attraversare il Golfo Persico, sorvegliato dalle unità britanniche – tra cui l’incrociatore Ceylon e la fregata Wild Goose –, avrebbe fatto tremare chiunque. Il gioco, però, era iniziato e bisognava portarlo a termine. Quel diavolaccio di Mazzeo, con quasi cinquemila tonnellate di petrolio a bordo, si mosse con astuzia: navigando sempre in acque internazionali, sfilò a mezza forza davanti alle navi della Royal Navy, che rimasero incredule. Uno sconosciuto marinaio italiano le aveva beffate sul filo della prua.














