Giuseppe Cavanna ritratto da Stefano Cipolat

Era lo zio di Silvio Piola

Amò tanto Napoli come l’amò il poeta Virgilio. Dai partenopei venne fuori il nomignolo di Giaguaro anche se per Giuseppe Cavanna avremmo potuto scomodare pure il coguaro, il puma o la lince, poiché sulla linea di porta era un vero felino, questo vercellese di razza! Non certo una colonna, con i suoi 171 cm di altezza, ma agile tra i pali e con l’stinto per l’intervento acrobatico. Con i campani giocò per setti campionati, dal 1929 al 1936, collezionando 151 presenze e due terzi posti in Serie A nelle stagioni 1932-1933 e 1933-1934. Un sauro volante, un radar della porta e dal forte carattere. Foot-ball d’altri tempi. Calcio nel fango e il pubblico a prendere pioggia su gradinate scoperte. Dopo gli allenamenti, doccia con acqua ghiaccia con qualche scaglia di sapone.

Tempi bui. Quando Cavanna passa alla Pro-Vercelli, nel 1925, il fascismo è in piena dittatura. Malgrado i buoni colpi di reni e il fisico scattante, non staremmo a scrivere di lui se l’incomprensibile Fato, che alcuni grazia e altri affossa, non avesse giocato a suo favore prima dei mondiali del 1934 (vinti dall’Italia di Vittorio Pozzo nella finale di Roma del 10 giugno contro i cecoslovacchi). Per quei mondiali, il commissario tecnico aveva scelto Carlo Ceresoli, dell’Ambrosiana-Inter, come primo portiere ma un infortunio durante un allenamento, colpito da uno scontro con Pietro Arcari, lo tenne fuori dai giochi. Arcari veniva chiamato Lupo ma il quel momento forse i suoi piedi si comportarono più come artigli che zampe. Si liberò dunque un posto e Cavanna fu convocato come secondo portiere (la maglia numero uno venne indossata da Gianpiero Combi, tra i migliori estremi difensori degli anni venti e trenta). Con la Nazionale, però, Cavanna non scese mai in campo, nemmeno per un minuto. Morì nella sua Vercelli il 3 novembre del 1976. Era lo zio del mitico Silvio Piola.